di
Cesare Efrati
Mi dispiace molto non essere fisicamente con
voi a festeggiare il nostro morè… ma ci sono con il cuore.
Mi farò perdonare da lui con una pasta e
broccoli, un po’ piccante però, come mi
direbbe.
La mia non è assolutamente una derashà, per
questo ci sono tutti i rabbanim miei maestri, il mio è solo un pensiero, da
condividere con la famiglia, gli amici e chi gli vuole bene, e che desidero
mandargli.
Rabbino:
lo è stato tutta la sua vita, ma non solo sulla tevà a cantare con la
sua bella voce le preghiere, ma sul campo, in trincea, in strada; la strada, o
meglio la piazza di cui così profondamente sente di appartenere e
provenire. E per questo Attore: un po’ come Totò, scugnizzo dei
vicoli di Napoli, che ha conosciuto miseria e nobiltà, lui che era povero ma
principe nell’animo e nel comportamento. Il principe De Curtis, da tutti
riconosciuto come tale. Un po’ come Alberto Sordi. Romano di Roma, un
po’ vigile, un po’ americano, un po’ marchese, un po’ primario. Entrambi amati
così profondamente dalla gente e dal popolo, perché così veri ed umani. In
questo senso il morè è stato attore che ha saputo e sa interpretare tanti ruoli,
quello serio e quello scherzoso, quello rigoroso e meticoloso e quello
sorridente e pronto alla battuta, quello severo, autorevole, ma il più delle
volte affabile, socievole, bonario.
Dottore,
un po’ come i medici di famiglia di un tempo, i medici condotti.
Nelle case, nelle famiglie, non pieni di farmaci nella valigetta, e facili a
chiedere accertamenti come i medici di adesso, ma pieni di esperienza e di vita,
quelli che sapevano essere pediatri, cardiologi, internisti, urologi, ti
guardavano, ti scrutavano, ti toccavano e visitavano, ed avevano già capito
quello che avevi; così era il morè, un po’ dottore-rabbino “condotto”,
di giorno di sera, di domenica, di festa, spesso a scapito della moglie, della
famiglia e dei figli… a casa della gente, o in qualunque villa, castello,
giardino, di Roma e fuori Roma, per una Milà, una mishmarà, uno scompro o un
matrimonio. Senza mai dire di no, per dovere e devozione al suo ruolo, alla sua
missione. Un rabbino di famiglia, di casa, che di quella casa e quella famiglia
conosce tutti e tutto.
Capitano.
Il numero 10, come Totti, quello che fa il colpo di tacco o il cucchiaio, che
risolve e raddrizza la partita, che ti tira fuori un Yafuzu da brivido,
o “le pizzarelle” che ti danno il tocco al cuore, quello onorato e rispettato
dai compagni di squadra, che ama la maglia e fa la squadra, la tiene unita, la
sprona e la motiva; quello che segna quando c’è da metterla dentro, ma anche
quello che fa l’assist al compagno di squadra ed è contento se lui fa goal,
come con lo shofar al maestro Sessa, far rispondere a domande di Halachà come
ad Ariel o lasciare fare un discorso ad un suo allievo come tante volte ha
fatto con me.
Maestro come lo è stato per me, uno che insegna, ma anche uno con cui
scambiare tante cose: preghiere dette insieme uno accanto all’altro, fianco a
fianco, a Kippur, a Rosh Ha Shanà, di moed, insieme, ore in piedi in Tevà. Lui che
ti vuole vicino a cantare Yafuzu alla radio alla fine di Kippur come faceva con
mio padre.
Uno con cui stare a mangiare insieme… o meglio,
io cucino e lui mangia. Che cerca e vuole stare con i suoi allievi. Li vuole
intorno, vicini.
Di piazza.
Ultimamente lo senti raccontare spesso, con la commozione negli occhi, ed il
groppo in gola, il giorno che diventato rabbino il padre lo aspettò alla
finestra, e la gioia, la felicità di renderlo orgoglioso, lui Mazliah, padre
semplice, umile e modesto, come sempre lo ricorda, il cui il figlio era
diventato Chachamme!
Quel giorno mia Nonna Elena z.l, gli scrisse
un biglietto, per complimentarsi di quello che aveva fatto non solo per lui ma
per tutta la sua famiglia. lo commosse così tanto che ancora oggi a più di 50
anni di distanza ancora lo conserva in mezzo ad un libro di Torà.
Questo per me è il Morè Funaro….
Con tanto affetto
Cesare