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    ROMA EBRAICA

    16 ottobre 1943. Roma si illumina nel ricordo di Settimia Spizzichino

    Una luce nella notte di Roma per ricordare una delle pagine più tragiche della storia della città e restituire alla memoria il volto, la voce e la storia di chi ha attraversato l’orrore della Shoah. Nella serata del 15 ottobre, dalle ore 20 fino all’alba, il Ponte Settimia Spizzichino, che collega i quartieri Ostiense e Garbatella, resta illuminato in occasione dell’anniversario della deportazione degli ebrei di Roma, avvenuta il 16 ottobre 1943.

    L’iniziativa nasce da un’idea della Fondazione Museo della Shoah e del Comune di Roma, con il sostegno dell’Associazione Ricordiamo Insieme, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) e della Famiglia Spizzichino. Illuminare il ponte intitolato a Settimia Spizzichino non è soltanto un gesto simbolico, ma un modo per rendere viva una storia che appartiene alla città e alla coscienza collettiva. Settimia fu l’unica donna romana sopravvissuta tra le deportate ad Auschwitz in seguito alla retata del quartiere ebraico del 16 ottobre 1943. Dopo aver conosciuto la violenza della persecuzione e dei lager nazisti, scelse di dedicare la propria vita alla testimonianza, raccontando soprattutto ai giovani ciò che era accaduto, affinché quell’orrore non fosse dimenticato.

    Per intere generazioni è stata semplicemente “Zia Settimia”: una presenza familiare, capace di trasformare il dolore in una missione civile e umana. “Illuminare il ponte intitolato a Settimia Spizzichino nell’anniversario della deportazione degli ebrei di Roma non è soltanto un atto di memoria storica, ma un segnale di luce e speranza proiettato verso il futuri – sottolinea la nipote Miriam Spizzichino – Settimia non è stata unicamente l’unica donna sopravvissuta ad Auschwitz dalla retata al Ghetto del 16 ottobre 1943: è stata, per intere generazioni, una presenza viva, vicina, la “Zia” di tutti. Ha saputo trasformare il suo dolore in una straordinaria missione di testimonianza, parlando ai giovani fino all’ultimo giorno”.

    La luce che attraversa l’architettura del ponte si intreccia, quest’anno, con un’altra iniziativa dedicata alla memoria di Settimia: l’uscita di un nuovo libro a lei dedicato, in arrivo proprio il 16 ottobre. Il volume dal titolo “Anni rubati. Vita e testimonianza di una donna sopravvissuta ad Auschwitz e Bergen-Belsen” (Giuntina) a cura di Marco Caviglia e Miriam Spizzichino. Il volume nasce dal desiderio di ricostruirne la storia attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuta e amata, dando spazio alle voci delle persone che le sono state accanto e che hanno condiviso con lei momenti di vita. Un progetto che sceglie di partire dalla persona, dagli affetti e dalle relazioni, per restituire la complessità di una donna che non può essere ricordata soltanto attraverso l’esperienza della deportazione. “Il libro nasce proprio dall’emozione profonda di unire le voci di chi l’ha conosciuta e vissuta da vicino, intrecciando i ricordi delle persone con cui è cresciuta – spiega la nipote – Mentre il nazifascismo ha tentato in ogni modo di disumanizzare i corpi e cancellare i nomi, noi con questo progetto vogliamo riportare prepotentemente la persona al centro di tutto” E aggiunge: “Mentre le luci illuminano l’architettura del ponte che unisce Ostiense a Garbatella, le pagine di questo libro si propongono di illuminare le coscienze, affinché la voce e l’umanità di Zia Settimia continuino a camminare insieme a noi”.

    “Il 16 ottobre 1943 è una ferita profonda nella storia degli ebrei romani, dell’intera città di Roma e del nostro Paese. Settimia Spizzichino, unica donna a fare ritorno tra gli ebrei deportati nella razzia di quel giorno, è tornata “per raccontare”, soprattutto ai giovani. Nonostante le profonde ferite della deportazione, scelse la vita, gli affetti e l’impegno a trasmettere la memoria. – ha aggiunto Carola Funaro, assessore alla Memoria e vicepresidente della Comunità Ebraica di Roma – L’illuminazione del ponte a lei dedicato è oggi un’occasione per far conoscere la storia e la persona dietro quel nome: una donna che ha affidato alla propria voce l’orrore dei lager e il ricordo di chi non è tornato, lasciando a noi la responsabilità di continuare a raccontare”.

    “Settimia scelse di dedicare la propria vita alla testimonianza, fu la prima tra i superstiti che decise di testimoniare, la testimonianza fu la sua missione di vita. Scelse di raccontare, soprattutto ai giovani, perché ciò che era accaduto non venisse dimenticato. E oggi siamo qui anche per raccogliere quella testimonianza.
    Il ponte, che porta il nome di Settimia, rappresenta idealmente anche il legame tra le generazioni. Tra chi ha vissuto la tragedia della deportazione e chi, oggi, ha la responsabilità di custodirne la memoria. È questo il senso più profondo della testimonianza di Settimia Spizzichino. Settimia non si limitò a raccontare ciò che aveva vissuto. Scelse di parlare soprattutto ai giovani, perché comprendessero dove possono condurre l’indifferenza, il pregiudizio, l’odio e il silenzio”, commenta Milena Pavoncello, assessore alle politiche educative della Comunità Ebraica di Roma.

     

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