
Una famiglia ebraica originaria dell’Iraq ha avviato una causa legale contro lo Stato francese, sostenendo che la Repubblica di Francia abbia continuato per decenni ad utilizzare come sede della propria ambasciata a Baghdad una sontuosa villa di proprietà della famiglia senza corrispondere l’affitto dovuto. La vicenda, riportata in un articolo del New York Times, è giunta davanti a un tribunale amministrativo francese questa settimana dopo anni di tentativi infruttuosi di ottenere un risarcimento diretto.
La residenza, costruita negli anni Trenta dai fratelli Ezra e Khedouri Lawee sulle rive del fiume Tigri, rappresentava una dimora familiare fino a quando, nel clima di crescente antisemitismo e difficoltà per la comunità ebraica irachena negli anni Quaranta e Cinquanta, i proprietari furono costretti ad abbandonare l’Iraq e cercare rifugio all’estero. Dopo aver lasciato il paese, la famiglia affittò la casa alla Francia, che la trasformò nella sua ambasciata. Secondo l’articolo, negli anni successivi alla stipula iniziale dell’accordo la Francia versò regolarmente il canone di locazione alla famiglia. Tuttavia, dopo che il governo iracheno nazionalizzò la proprietà degli esuli ebrei negli anni Sessanta e Settanta, Parigi continuò a occupare l’edificio ma di fatto non pagò più l’affitto alla famiglia Lawee, versando invece i canoni allo Stato iracheno. Questa situazione ha portato oggi la famiglia – molti dei cui membri vivono in Canada – a chiedere circa 22 milioni di dollari di arretrati e danni per l’uso prolungato della loro proprietà.
Durante l’udienza in corso a Parigi, gli avvocati della famiglia hanno sostenuto che lo Stato francese “ha beneficiato delle leggi discriminatorie” che permisero allo Stato iracheno di espropriare la proprietà degli ebrei espulsi dal paese, e che la Repubblica francese non poteva legittimamente appoggiarsi a tali norme senza riconoscere un diritto morale e finanziario ai legittimi proprietari Lawee. La Francia, dal canto suo, ha respinto le richieste sostenendo che qualsiasi perdita subita dalla famiglia è “causata direttamente dalle decisioni adottate dalle autorità irachene” e non dallo Stato francese, e ha chiesto al tribunale di rigettare il caso.












