
Sessantatré anni, professore ordinario di Odontoiatria all’Università La Sapienza di Roma, Livia Ottolenghi è la nuova presidente dell’Unione della Comunità Ebraiche. Succede a Noemi Di Segni, presidente per due mandati dal 2017. Nella giunta Ucei uscente è stata assessore alle Politiche educative, ma il suo impegno per il mondo ebraico parte da lontano: Asili, Scuole, Comunità Ebraica di Roma e UCEI stessa, dove è stata anche assessore alle politiche giovanili, sono alcune delle istituzioni presso cui ha dedicato le sue energie.
Quali sono le priorità del tuo mandato? Come tradurrai apertura, identità e crescita culturale in politiche concrete?
Le priorità del mandato sono tre: costruire una governance realmente condivisa, rafforzare l’identità ebraica in chiave inclusiva e promuovere una crescita culturale strutturata e misurabile.
Tutto questo non parte da zero. L’Unione ha costruito negli anni un patrimonio solido di esperienze, progetti e competenze, grazie anche a un personale formato da professionisti di grande qualità, che rappresentano una risorsa preziosa e strategica. Il mio impegno è valorizzare questo capitale umano e istituzionale, rafforzandolo e mettendolo nelle condizioni di operare con strumenti ancora più efficaci. Partiamo con una giunta rappresentativa di tutte le sensibilità presenti in Consiglio, ci saranno deleghe forti e chiare, tavoli tematici permanenti con la partecipazione di comunità, esperti e giovani. Significa ricostruire fiducia tra centro e periferia, attivare strumenti di ascolto periodici e garantire trasparenza attraverso monitoraggi e report pubblici. È un’evoluzione di quanto già avviato, non una cesura. Intendiamo valorizzare la tradizione ebraica italiana – capace storicamente di tenere insieme studio, pluralismo e dialogo – promuovendo sinergia tra dimensione religiosa, culturale e civile. Anche qui partiamo da basi importanti: scuole, centri culturali, il Collegio Rabbinico, progetti educativi e di memoria che hanno dato frutti significativi e che meritano continuità e ulteriore sviluppo. Identità non è chiusura, ma consapevolezza. Ed infine la crescita culturale, che significa collegare scuole, Collegio Rabbinico, università e centri culturali; rafforzare e promuovere percorsi di leadership giovanile e innovazione. Ogni ambito avrà obiettivi pluriennali e indicatori verificabili, nella consapevolezza che una buona politica si misura anche dalla capacità di consolidare e migliorare ciò che funziona.
Quale ruolo deve avere oggi l’ebraismo italiano nel dibattito pubblico nazionale?
L’ebraismo italiano è già oggi un interlocutore autorevole e deve continuare a crescere in questo ruolo, in modo sempre più riconoscibile e propositivo nel dibattito pubblico nazionale. Questo è stato possibile anche grazie al lavoro svolto negli anni dalle leadership precedenti e da professionisti competenti che hanno saputo costruire relazioni istituzionali solide e credibili. La sua storia millenaria, la capacità di sintesi culturale e il radicamento nel Paese consentono all’ebraismo italiano di offrire un contributo originale sui temi dell’etica pubblica, dell’educazione, della memoria, della libertà religiosa e del pluralismo. Non si tratta di occupare uno spazio per rivendicazione identitaria, ma di assumere una responsabilità civica: rafforzare ulteriormente il dialogo con istituzioni, media e società civile, contrastare l’antisemitismo con strumenti culturali solidi e contribuire a una cultura democratica fondata sul rispetto e sulla conoscenza. In questo percorso, la continuità con il lavoro già svolto è un punto di forza, non un limite.
Quali insegnamenti dal mondo accademico e dall’impegno educativo porterai nella tua leadership?
Dal mondo accademico porto il metodo: rigore, ascolto delle fonti, confronto tra posizioni diverse e valutazione dei risultati. Dall’esperienza con i giovani e nell’educazione porto la consapevolezza che il futuro di una comunità si costruisce investendo sulle persone prima che sulle strutture.
Ho imparato che la leadership non si improvvisa: si forma. Per questo uno dei pilastri sarà la creazione di percorsi strutturati di formazione e responsabilità, in collaborazione con le scuole e con le realtà giovanili, affinché emerga una nuova generazione di guide comunitarie preparate e consapevoli.
Cosa può fare l’Unione per rafforzare l’identità ebraica e il rapporto tra Diaspora e Israele?
L’Unione può rafforzare l’identità ebraica investendo in educazione di qualità, formazione continua, cultura e partecipazione. Un’identità solida nasce dalla conoscenza: della propria tradizione, della storia dell’ebraismo italiano e del legame con Israele. Il rapporto tra Diaspora e Israele deve essere fondato su consapevolezza, dialogo e responsabilità reciproca. Ma noi abbiamo un legame ancora più speciale con la Agudat Yehudei Italia, con la quale abbiamo una collaborazione per programmi educativi, scambi culturali, percorsi di studio. Inoltre, continueremo a creare occasioni di formazione e confronto per insegnanti e giovani che aiutino a comprendere la complessità della realtà israeliana, rafforzando un legame non solo emotivo ma anche culturale e civico.
Come rappresentare visioni differenti e rispondere alle diverse necessità delle comunità?
La pluralità non è un ostacolo, è una ricchezza. Rappresentare visioni differenti significa adottare un metodo inclusivo che privilegia ascolto rispetto delle persone e capacità decisionale.
Le esigenze variano – dal welfare al culto, fino alle politiche educative – e richiedono risposte differenziate ma coordinate. L’Unione deve fornire linee guida, supporto tecnico e strumenti comuni, lasciando alle comunità autonomia nella declinazione locale. È questo il senso di un nuovo patto comunitario: unità nei valori, flessibilità negli strumenti.
Il ddl sull’antisemitismo approvato in Senato recepisce integralmente la definizione operativa dell’IHRA. Siete soddisfatti?
Il contrasto all’antisemitismo è una priorità strategica. Una legge efficace deve offrire strumenti chiari e aggiornati per riconoscere e contrastare l’odio antiebraico, anche nelle forme più contemporanee, comprese quelle che si manifestano attraverso la delegittimazione dello Stato di Israele. Accogliamo con soddisfazione l’esito della votazione del ddl e di adozione della definizione operativa dell’IHRA da parte del Senato della Repubblica, che rappresenta una vittoria per tutte le componenti della società civile non soltanto per la compagine ebraica. L’antisemitismo non è una questione che riguarda solo gli ebrei: è un veleno strutturale della nostra società, una minaccia diretta ai principi democratici e alla convivenza civile. La convergenza in Senato, purtroppo meno ampia di quanto auspicato, rappresenta un segnale forte e inequivocabile: il contrasto all’odio antiebraico è una priorità nazionale condivisa.
Cosa rispondi a chi teme un limite alla libertà di espressione?
La libertà di espressione è un valore fondamentale delle democrazie europee e dell’ebraismo stesso, che ha nel dibattito e nel confronto una cifra identitaria. Contrastare l’antisemitismo non significa limitare il diritto di critica, anche severa, nei confronti delle politiche di qualsiasi governo, incluso quello israeliano. Significa però tracciare un confine netto quando la critica si trasforma in demonizzazione, doppio standard o negazione del diritto all’esistenza. Una legge ben formulata deve tutelare entrambe le dimensioni: la libertà di parola e la dignità delle persone e delle comunità. L’equilibrio tra questi principi è possibile ed è responsabilità delle istituzioni garantirlo con chiarezza e misura.















