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    ITALIA

    Ei fu. Siccome Sanremo

    Io non ho ben capito se la prima puntata di Sanremo era una celebrazione del caro estinto o del suo prossimo estinguersi o una gara canora. La sensazione costante dell’intera serata sembrava la celebrazione dell’“Ei fu”. Ei fu Maestro Vessicchio, che manca tantissimo con la sua barba verdiana; Ei fu Pippo Baudo, che riempiva a falcate il palco diventando albero maestro tra i fiori di Sanremo; Ei fu per gli anni `80, celebrati dalla sola presenza di Raf; Ei fu per la ugola della Pausini, che dovrebbe cantare e non tentare di presentare raggiungendo risultati peggiori delle mitiche sorelle Carlucci; Ei fu pure per l’amore di Tiziano Ferro che è finto, ma non è colpa nostra; ed Ei fu pure per le Repupplica (grande refuso freudiano!), che, con tutto il rispetto per la vecchietta di Chiavari, nel 1946 l’abbiamo votata, chi più e chi meno, ma adesso, questa Repupplica, andrebbe sostenuta, celebrata e vissuta anche culturalmente attraverso un Festival italiano che compie 76 anni, ma che sembra averne 150 dal punto di vista delle emozioni. Perché non basta un manzo turco per alzare lo share e nemmeno un Sandokan d’antiquariato per celebrare una storia. Tutto era così polveroso, così già detto, già sentito, già pianto, già riso, già ridicolizzato che pure le papere della Pausini sembravano parte di un palinsesto. Ero pronto persino all’arrabbiatura ed alla delusione di fronte l’ennesima provocazione antisemita ed antisionista ed invece anche quella è stata già vista, già sentita, già riciclata. Quando Ermal Meta è apparso con il nome di una bimba palestinese, Amal, scritto sul collo della camicia, abbiamo tutti pensato che in un mondo giusto, corretto e non fazioso, avendo una camicia due vele, sarebbe stato splendido leggere il nome di Amal da un lato e quello di uno dei fratelli Bibas dall’altro. Ed invece no. Seguendo una tradizione ormai più noiosa che provocatoria, più conformista che intelligente, Meta mette solo il nome di Amal e ci ha avvisato che ripeterà questo gesto ogni sera con altri nomi comuni in Palestina. Quindi non ci sarà nessuna vela della sua camicia per i bimbi di Ucraina che sono quattro anni che vivono in guerra o per i bimbi del Sudan, ma anche se vogliamo, non ci sarà nessuna vela per ricordare il piccolo Domenico morto per un cuore trapiantato e trasportato in un comune box frigorifero. Le vele delle camicie di Meta navigano solo il mare del qualunquismo verso Gaza e, da bravo capitano, più Findus che ammiraglio, Carlo Conti dopo la esibizione di Meta ha detto che i bambini non dovrebbero pagare il prezzo delle guerre degli adulti. Frase meravigliosa che in una cena di Natale o in una cena dopo Kippur, se detta da uno zio ottantenne riceve gli applausi della famiglia, ma detta sul palco dell’Ariston ha solo appesantito ancora di più il dramma della noia. E mentre quindi la Stella stellina di Meta ci faceva da ninna nanna intellettuale portandoci a ricordare che: “Stella stellina, la notte s’avvicina: la fiamma traballa…” ieri tutto ha traballato. Ha traballato il senso dello spettacolo, ha traballato la gara canora, ha traballato la presenza della musica italiana, ha traballato la riflessione sociale, hanno traballato tutti e 76 anni del Festival della canzone italiana: un luogo, una istituzione, una tradizione che ha sempre avuto molto da dire in termine di costume, società e cultura e che ieri era tremolante come le gambe della signora di Chiavari di 105 anni. Simpatica vecchina, tenera più per il tempo che rappresenta che per le cose che ha detto, dolce nel suo essere storia, ma di fatto un po’ ovvia, un po’ scontata, un po’ banale nel suo essere nonnina di tutti, ma di fatto di nessuno. Ieri è andata così: abbiamo visto spezzoni sparsi di un tentativo di Festival, un luogo per tutti ma che di fatto era luogo di niente e nessuno e che rivedendo Raf mi chiedo: “Cosa resterà di questi 76 anni?”

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