
Un’altra giornata sotto i missili, un’altra prova per la società israeliana. I lanci dall’Iran hanno colpito diverse zone del centro del Paese, tra cui Tel Aviv, Ramat Gan e Petah Tikva. Almeno 15 persone sono rimaste ferite: un uomo di 53 anni in condizioni gravi, tre feriti moderati e gli altri lievi.
Le esplosioni sono state sentite chiaramente in tutta l’area. Frammenti di un missile a submunizioni sono caduti anche vicino all’Ayalon e a Piazza Habima. Danni a edifici, veicoli e attività. In un’officina a Tel Aviv, alcuni lavoratori che cercavano riparo sono stati colpiti da schegge e onda d’urto.
Tra le testimonianze, quella di un camionista che si trovava sull’autostrada durante l’allarme: “Un pezzo di intercettazione è caduto a un metro da me. Se non avessi cambiato corsia, non sarei qui”.
Nel frattempo, ad Arad si continua a fare i conti con le conseguenze dell’impatto diretto di un missile iraniano: 75 feriti, tra cui 10 gravi. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, sul posto, ha parlato chiaramente: “È successo un miracolo, nessuno è morto. Ma non possiamo affidarci ai miracoli”. Il messaggio è netto: entrare nei rifugi salva vite.
E mentre il fronte interno resiste, Israele continua a colpire. Durante la notte, l’IDF ha attaccato diversi obiettivi in Iran: basi militari, siti di produzione di armi e centri di comando. Parallelamente, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha ribadito che la guerra è ancora in corso e che la direzione è chiara: l’offensiva proseguirà fino al raggiungimento degli obiettivi fissati.
Anche sul fronte nord, la pressione aumenta. Il ministro della Difesa Katz ha ordinato la distruzione dei ponti sul Litani per bloccare il passaggio di armi e combattenti di Hezbollah. L’obiettivo è chiaro: eliminare le minacce e proteggere le comunità israeliane.
Il prezzo però è reale. Nel nord, un missile di Hezbollah ha colpito a Misgav Am: Ofer Moskovitz è stato ucciso. Che la sua memoria sia benedetta. La notizia ha scosso profondamente il Paese. In queste ore, le comunità del nord vivono tra dolore e resilienza, mentre continuano a fare i conti con una realtà fatta di allarmi improvvisi e minacce costanti. Ogni nome, ogni vittima, ricorda il prezzo umano di questa guerra.
Eppure, nonostante i danni e le vittime, il quadro generale resta quello di una guerra che Israele e gli Stati Uniti stanno conducendo e vincendo con forza e determinazione. Netanyahu lo ha detto apertamente: “È il momento che altri Paesi si uniscano – alcuni stanno già iniziando a farlo”. Questa è la realtà di oggi: sirene, danni, feriti. Ma soprattutto determinazione, forza e una chiara direzione verso la vittoria contro il regime terroristico. Israele colpisce, avanza, e continua.















