
Tra il rumore delle sirene d’allarme e la corsa verso i rifugi, in Israele c’è chi continua a impastare farina e acqua per mantenere viva una tradizione millenaria. Accade nello stabilimento Matzot Aviv, dove la produzione di mazzà – il pane azzimo simbolo della Pasqua ebraica – prosegue nonostante il conflitto in corso. Fino a tre volte al giorno, i lavoratori interrompono le linee produttive per mettersi in salvo durante gli attacchi missilistici. Poi tornano ai forni, determinati a rispettare le consegne in vista della festività. L’obiettivo è chiaro: garantire che milioni di famiglie, in Israele e nel mondo, possano celebrare Pesach con il pane della tradizione.
L’azienda è molto più di un’impresa: è una storia familiare lunga sei generazioni. Oggi è guidata dai discendenti della famiglia Wolf, che portano avanti un’attività nata prima ancora della fondazione dello Stato di Israele. Nel tempo, la fabbrica ha attraversato momenti cruciali della storia nazionale, dalle guerre del Novecento fino alla pandemia di COVID-19, senza mai interrompere la produzione. Il sito stesso custodisce tracce del passato: durante il periodo del Mandato britannico ospitava un deposito di armi della Haganah, e proprio lì fu sviluppato il mortaio “Davidka”, utilizzato nella guerra d’indipendenza. Oggi, nello stesso spazio, si accumulano sacchi di farina destinati alla produzione industriale.
Negli anni, l’azienda ha saputo adattarsi ai cambiamenti del mercato. Se un tempo la produzione era interamente manuale, oggi l’uso di macchinari – introdotto anche grazie all’autorizzazione rabbinica – consente di soddisfare una domanda globale in crescita. Israele è diventato infatti uno dei principali poli mondiali per la produzione di mazzà, con esportazioni verso oltre 30 Paesi. Per restare competitiva, la fabbrica ha ampliato la propria offerta includendo prodotti senza glutine, biologici e a basso contenuto di zucchero. Ma, al di là dell’innovazione, resta forte il senso di missione. “Non è solo un lavoro”, spiegano i membri della famiglia, “ma un impegno che unisce generazioni”.
In un contesto segnato dall’incertezza e dal pericolo, la continuità di questa produzione assume un valore simbolico: la resilienza di una tradizione che resiste, anche sotto il fuoco della guerra.















