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    ISRAELE

    Sotto i missili, verso Pesach: la forza silenziosa degli israeliani

    In Israele, le sirene non sono più un’eccezione. Sono diventate parte della vita quotidiana. In pochi secondi, famiglie intere corrono nei rifugi. Bambini che smettono di giocare, genitori che afferrano i figli, anziani che si muovono lentamente ma con determinazione. Non è più solo paura: è una routine forzata.

    Eppure, nonostante tutto, Israele continua a vivere.

    Negli ultimi giorni, i lanci dall’Iran hanno causato danni e feriti. A Arad, un missile iraniano ha colpito direttamente un’area residenziale: 75 feriti, tra cui 10 gravi, 13 in condizioni moderate e decine di feriti lievi. Bambini tra i feriti, famiglie sotto shock. Scene dure, che ricordano che questa guerra ha un prezzo reale.

    Ma anche qui emerge qualcosa di unico: chi era nei rifugi si è salvato. Ancora una volta, la disciplina e l’organizzazione hanno fatto la differenza. Questa è la realtà: una società sotto attacco che però non crolla. Le scuole si spostano online, i negozi riaprono appena possibile, i trasporti continuano. Nei rifugi si condividono cibo, storie, silenzi.

    Sul piano militare, Israele mostra sicurezza. Il Capo di Stato Maggiore, Eyal Zamir, ha dichiarato: “Siamo a metà strada, ma la direzione è chiara. Continueremo a combattere per la nostra libertà e il nostro futuro”. E ha aggiunto un messaggio chiaro: “non più contenimento, ma iniziativa. L’obiettivo è rimuovere ogni minaccia”.

    Nel frattempo, il primo ministro Benjamin Netanyahu insiste sul quadro più ampio: “Per decenni abbiamo avvertito del pericolo iraniano. Israele e gli Stati Uniti stanno proteggendo il mondo, non solo il Medio Oriente”. Secondo Netanyahu, dopo settimane di combattimenti, l’Iran ha perso capacità chiave: “Non ha più la capacità di arricchire uranio né di produrre missili balistici”. Parole forti, che riflettono una convinzione: la guerra sta cambiando gli equilibri. “Hanno parlato di grattacieli che sarebbero crollati in Israele – ma stanno crollando a Beirut e Teheran. Abbiamo cambiato il Medio Oriente”. Eppure, accanto alla narrativa della forza, resta la realtà quotidiana. Netanyahu stesso lo riconosce: “So che è difficile restare nei rifugi e capisco le difficoltà delle attività economiche”. È proprio qui che emerge il vero volto della società israeliana. Non solo resilienza militare, ma resistenza civile. Una capacità di adattarsi, di continuare, di non cedere.

    E mentre tutto questo accade, si avvicina Pesach, la festa della libertà. Una coincidenza potente. In molte case – o rifugi – si preparerà il Seder. Forse in modo più semplice, forse con meno persone, ma con lo stesso significato: Il popolo ebraico guarda avanti, non si arrende e continua a combattere e pregare per la propria libertà. La voglia di vivere, ‘Am Israel Chai’, accompagna il popolo ebraico da oltre 3.000 anni, in ogni situazione. In un momento in cui il futuro è incerto, Israele guarda avanti. Come ha detto Zamir, la strada è ancora lunga. Ma per milioni di israeliani, la vera domanda non è quando finirà – è come continuare a vivere, anche sotto i missili. E finora, la risposta è chiara: insieme.

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