
L’attacco preventivo
La lunga attesa per il nuovo round della guerra fra Israele (con l’appoggio determinante degli Usa) e Iran si è conclusa sabato mattina alle 7, quando una poderosa ondata di aerei e di missili da crociera ha colpito contemporaneamente le installazioni militari e i luoghi della leadership politica e militare del regime degli ayatollah. Nell’operazione che Israele chiama “ruggito del leone”, sono impegnati più di 250 aerei da bombardamento americani ed israeliani, oltre ai mezzi di rifornimento aereo, di coordinamento e controllo elettronico. Le città iraniane colpite sono oltre una decina, a partire dalla capitale Teheran. È stata distrutta la residenza delle “guida suprema” Khamenei, colpita la presidenza della repubblica, il parlamento islamico, i ministeri dell’intelligence e della difesa. Sono stati presi di mira i dirigenti principali della repubblica islamica, a partire dalla la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei (che era fuggito in una località segreta ma che potrebbe essere stato colpito comunque), il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Sayyid Abdolrahim Mousavi e il Presidente Masoud Pezeshkian di cui si ignora la sorte, mentre è stato eliminato il ministro della Difesa e il comandante dei Pasdaran (guardiani della rivoluzione, la milizia pesantemente armata del regime), Mohammad Pakpour. Sono stati distrutti radar militari, caserme dei pasdaran, forze aeree e di marina, i radar appena forniti dai cinesi per sostituire quelli distrutti a giugno da Israele, lanciatori missilistici e almeno una base nucleare. Non si tratta solo della ripresa e del completamento della “guerra dei 12 giorni”, interrotta precocemente nel giugno scorso per volontà di Trump, ma di un evento storico, destinato a cambiare la geopolitica del Medio Oriente e di tutto il mondo.
Reazione debole e dispersa
Nonostante le minacce ripetute contro Israele e gli Usa e lo stato di allerta dichiarato da tempo, i militari iraniani sono stati presi di sorpresa dall’attacco preventivo dell’aviazione israeliana, forse perché portato di Shabbat e a un’ora insolita, alle 9.30 di mattina secondo il fuso di Teheran, invece che a notte fonda, come al solito. Anche i messaggi tranquillizzanti di Israele, veicolati attraverso la Russia che si è lamentata di essere stata ingannata, e la prosecuzione della trattativa con gli Usa devono aver abbassato la vigilanza iraniana. Il piano di attacco era stato preparato in stretta collaborazione fra forze armate israeliane e Usa già da settimane e, a quanto dice la stampa israeliana, perfino la data era stabilita da parecchio tempo (cioè dall’incontro fra Netanyahu e Trump). La macchina bellica congiunta americana e israeliana ha funzionato alla perfezione: gli obiettivi di ogni forza aerea, perfino di ogni areo e di ogni bomba era stato programmato perfettamente. La reazione iniziale dell’Iran è stata debole e confusa. I primi attacchi missilistici contro Israele sono stati tentati solo due ore dopo l’attacco e la controffensiva si è dispersa fra tutto il territorio israeliano e le basi americani in ben sei stati arabi (Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait e perfino il Qatar), col risultato militare di non raggiungere mai la massa critica necessaria a superare le armi antimissile e quello politico di alienarsi la neutralità di tutti questi stati, che hanno pubblicato proteste e minacciato ritorsioni. Sono attacchi diretti ad alberghi e aeroporti commerciali, obbiettivi poco difesi: un indizio di quell’atteggiamento di vendetta indiscriminata che è stato chiamato dalla stampa internazionale “momento dell’Apocalisse”.
Le reazioni
Le voci favorevoli all’Iran sono state finora poche e prevedibili: gli Houti, Hamas, Hezbollah, che hanno annunciato la loro partecipazione alla guerra ma si sono guardati bene finora dal fare gesti concreti. Fuori dal Medio Oriente, la Russia ha emesso un duro comunicato, ma nulla più; la Cina ha tributato all’Iran la sua “solidarietà morale” (dunque non militare); nell’Europa cautissima e silenziosa, solo il governo estremista antiisraeliano della Spagna ha condannato l’azione. Macron, sempre ambiguo, ha chiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza e la cessazione dei combattimenti. Australia e Canada hanno dichiarato solidarietà agli Usa. Fino al momento in cui questo articolo è stato scritto, non vi sono stati risultati significativi di questa controffensiva iraniana, grazie soprattutto all’efficienza della difesa antimissilistica. Si lamenta un morto (un lavoratore pakistano) ucciso negli Emirati e una donna ferita in Israele, oltre alla distruzione di un radar americano ad Abu Dabi: danni per il momento poco significativi. Ma naturalmente basterebbe un colpo fortunato a produrre danni notevoli.
Il senso politico
Sul piano politico, questa giornata dimostra che Israele ha ancora la capacità dell’autodifesa preventiva, l’audacia che determinò l’esito della Guerra dei sei giorni e di tante battaglie. Mostra anche che il presidente Trump aveva capito benissimo dall’inizio il pericolo rappresentato da un grande paese come l’Iran governato da una banda imperialista a caccia dell’atomica, armata con missili intercontinentali, impegnata a perseguire una politica di guerra e terrorismo per mezzo di una miriade di gruppi terroristi sparsi in tutto il Medio Oriente, che essa arma e finanzia, ubriaca della sua stessa propaganda. Il regime iraniano ha buttato via l’occasione per accettare di disarmarsi in cambio della sopravvivenza che gli era offerta da Trump, coerente nel seguire la sua linea di preferire sempre i negoziati. Gli ayatollah si sono davvero illusi che la volontà pacifica di Trump fosse segno di debolezza, si sono sentiti più forti dell’alleanza Usa-Israele che li aveva già sconfitti otto mesi fa e hanno sprecato senza fare offerte serie il mese delle trattative, durante il quale già si stava perfezionando la programmazione dell’attacco. Non hanno voluto vedere i veri rapporti di forza, hanno oppresso il loro popolo e minacciato tutta la regione e in prospettiva tutto il mondo; dunque ne pagano le conseguenze. Ora l’obiettivo del cambio di regime è apertamente proclamato nei messaggi rilasciati nelle scorse ore da Trump e Netanyahu, la rivolta interna si è riaccesa ed è chiaro che sul piano militare Israele e Usa hanno vinto. Già all’inizio dell’operazione esercitano un dominio dei cieli che consente di attaccare e distruggere qualunque obiettivo terrestre.
Prospettive
Sul piano militare la partita è già chiusa, per quanti danni possa fare “l’operazione Apocalisse” che stanno cercando di realizzare gli ayatollah, facendo del male soprattutto ai loro vicini arabi e togliendo con ciò loro ogni dubbio su chi sia il nemico vero. Se l’operazione avrà il modo di arrivare fino alla sua logica conclusione, con il disarmo nucleare e missilistico dell’Iran e con la sostituzione della leadership terrorista con un governo capace di realismo e sperabilmente anche democratico, il Medio Oriente diventerà un luogo assai diverso da quel calderone ingovernabile che è stato per decenni. Sarà questa la “vittoria totale” di Israele che è stato l’obiettivo dichiarato di Netanyahu dal 7 ottobre 2023. E allora il “ruggito del leone” sarà una svolta davvero storica.













