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    ISRAELE

    La settimana di Israele: scenari elettorali e minacce di guerra

    Al voto

    Martedì in Israele si vota per il rinnovo della Knesset, il parlamento monocamerale composto da 120 deputati. Come in tutti i Paesi democratici, le elezioni sono il momento decisivo che stabilisce chi guiderà la nazione e secondo quale linea; ancor di più oggi per Israele, Paese in guerra, minacciato dal terrorismo e oggetto di una campagna mondiale di delegittimazione, ma anche Paese profondamente diviso al suo interno secondo linee di frattura molteplici; sicché i suoi diversi ambienti politici, religiosi, etnici, culturali faticano a dialogare sul piano sociale, prima ancora che politico. Il parlamento che arriva e il governo che ne uscirà dovranno decidere non solo come concludere le campagne contro Hamas e Hezbollah, che rifiutano di arrendersi; ma anche come bloccare l’armamento atomico dell’Iran, fino a che punto tollerare la complicità dell’Autorità Palestinese col terrorismo, come restaurare la difficile relazione con l’Europa. E poi dovranno affrontare numerose questioni interne molto divisive, dal modo in cui trattare il rifiuto della leva dei giovani charedim, alla riforma giudiziaria, dallo stato giuridico degli insediamenti oltre la Linea Verde agli investimenti infrastrutturali.

    Il quadro politico

    Il sistema elettorale israeliano fu concepito fin dall’indipendenza da Ben Gurion in modo da dare rappresentanza alle numerose identità presenti nel Paese, anche al costo di instabilità e personalismi. È proporzionale, a collegio unico nazionale, con una barriera d’accesso piuttosto bassa: 3,25% dei voti, cioè 4 deputati circa basta per entrare in parlamento. Le liste sono stabilite dai partiti, non vi sono preferenze. Il risultato è che nella scorsa Knesset (la venticinquesima eletta il 1° novembre 2022), sono entrati in parlamento dieci gruppi politici, e in quella che viene è probabile che siano altrettanti se non un paio in più. Si possono dividere in tre grandi schieramenti, a loro volta differenziati. Il primo è l’attuale maggioranza (ulteriormente divisa fra il Likud, partito laico di centrodestra guidato da Netanyahu; due partiti nazionalisti religiosi, capeggiati da Smotrich e Ben Gvir; due partiti religiosi tradizionalisti, quelli che la stampa chiama “ultraortodossi”, uno sefardita e uno askenazita). Poi c’è l’opposizione ebraica (che bisogna suddividere fra il nuovo partito di centrosinistra dell’ex capo di stato maggiore Eisenkot; la destra laica, con base soprattutto russofona, guidata da Lieberman; l’unione centrista dei gruppi due ex primi ministri Lapid e Bennett; la sinistra estrema dei “democratici” presieduti da un altro ex militare, Golan). E infine il terzo schieramento è composto da due liste arabe, una – Ra’am – tradizionalista e legata alla Fratellanza Musulmana, e l’altra che si definisce “lista unita”, perché mette assieme una fazione esplicitamente comunista e altre due nazionaliste palestinesi, con legami con Al Fatah e Hamas.

    I sondaggi

    In un quadro di tale frammentazione, i sondaggi danno risultati estremamente differenti fra loro e dunque poco attendibili: focalizzandosi solo sugli ultimi risultati e sui rapporti fra attuale coalizione e opposizione ebraica si va da un massimo a favore della prima di 62 a 44 deputati a un minimo di 51 a 55. Gli arabi sono stimati da tutti fra i 14 e i 16 seggi, con una crescita notevole rispetto ai 10 della volta scorsa. La grande maggioranza dei sondaggi vede i due schieramenti ebraici piuttosto vicini fra loro ed entrambi parecchio sotto alla maggioranza, che richiede 61 voti. L’opposizione potrebbe prevalere se avesse il voto dei partiti arabi, che si sono detti disponibili a darglielo allo scopo di eliminare Netanyahu dal governo, ma hanno posto condizioni politiche assai pesanti per questo appoggio (dal minimo della legalizzazione di massa delle costruzioni abusive che sono una piaga urbanistica e anche sociale nelle zone arabe, fino al massimo di un impegno formale nel programma di governo per far nascere lo Stato palestinese). Ma è chiaro che la grande maggioranza dell’elettorato (anche di quello dell’opposizione) è contraria a questa mescolanza con movimenti politici antisionisti, che hanno sempre rifiutato di condannare Hamas; alcuni partiti dello schieramento si sono impegnati pubblicamente a non accettare questa soluzione.

    La procedura per il governo

    Quale che sia il risultato del voto, il passo successivo spetta al presidente Herzog. Dopo aver sentito le indicazioni dei gruppi parlamentari, toccherà a lui indicare il candidato primo ministro, che di solito, ma non sempre, è il leader del partito maggiore della coalizione più numerosa. Costui avrà 30 giorni (più altri 14 se chiede un’estensione che viene sempre concessa) per dimostrare con un voto parlamentare di avere una maggioranza. Se questi non ci sarà riuscito, Herzog potrà nominare un secondo candidato, che avrà altri trenta giorni per le trattative. Infine, ci saranno 15 giorni in cui i parlamentari potranno designare direttamente un primo ministro, con la raccolta di una maggioranza di firme fra loro. Se nessuno di questi passaggi, che complessivamente durano 90 giorni circa, porterà a un governo, la Knesset sarà sciolta e si dovrà votare dopo almeno altri 90 giorni di campagna elettorale, dunque probabilmente nella prima metà di aprile. Nel frattempo, il governo attuale, presieduto da Netanyahu, resterà in carica per l’ordinaria amministrazione – che in tempo di guerra non è tanto ordinaria. Fra l’altro un governo in proroga non può essere sfiduciato e dunque può agire con maggiore libertà politica, se non giuridica.

    I cinque scenari

    In questo quadro si possono individuare cinque possibili scenari: a) Il blocco di governo conquista i 61 seggi, o convince qualcuno nell’opposizione (per esempio Lieberman) a cambiare campo. Non è facile che accada, visti i sondaggi, ma non è escluso. Netanyahu dovrebbe trovare una soluzione per il problema della leva dei giovani religiosi, e così si prolungherebbe il quadro attuale, probabilmente con un’accelerazione sulla giustizia e sulla guerra. b) Vince l’opposizione e si costituisce un governo di centro-sinistra. Anche questo è assai improbabile; in più vi sono dissensi non risolti finora sulla scelta del primo ministro, che non è detto sia Eisenkot, e sul programma. c) L’opposizione non vince ma costituisce il governo con l’appoggio o l’astensione determinante degli arabi (in quest’ultimo caso sarebbe un governo di minoranza). Improbabile per le ragioni già dette: sarebbe inoltre un governo molto fragile per i numeri e i dissensi sul programma, che dunque potrebbe cadere presto, come è accaduto a Bennett quattro anni fa, aprendo la strada a una nuova vittoria della destra. d) Grande coalizione fra Netanyahu, Eisenkot, Bennett e Lieberman, escludendo i sionisti religiosi, i religiosi tradizionali, gli arabi e i democratici. È la soluzione preferita da Herzog, a quanto pare, ma avrebbe probabilmente margini numerici limitati e grandi problemi politici: chi farebbe il premier, o chi lo farebbe per primo, in caso di rotazione? Come giustificare la rottura degli impegni presi con gli elettori? Quale sarebbe il programma? e) Nuove elezioni, coi tempi già illustrati. È la soluzione più probabile e forse quella preferita da Netanyahu che potrebbe cercare di usare i mesi di proroga per risolvere la guerra e tornare al voto con più chance.

    Le minacce

    Mentre Israele si prepara pacificamente al voto, il contesto continua ad essere molto minaccioso. Potrebbe ripartire la guerra con l’Iran, per iniziativa del suo regime che vuole indebolire Trump e Netanyahu. Questi ultimi di recente hanno accennato spesso a un nuovo attacco, ma collocandolo dopo le elezioni americane del 3 novembre. Più probabili sono in questi giorni atti terroristici, come quello di venerdì vicino a Hebron che è costato la vita a due militari israeliani; o provocazioni contro gli insediamenti in Giudea e Samaria, col pretesto della raccolta delle olive, come ce ne sono state parecchie di recente col sostegno di estremisti stranieri; o attacchi da Gaza o dal Libano, dove non è detto che tutte le armi pesanti di Hamas e Hezbollah siano state eliminate. Vi sono stati anche atti di violenza da parte di estremisti irregolari ebrei, “i giovani delle colline” su cui indaga la magistratura e che hanno avuto molta eco sulla stampa internazionale, facendo un danno notevole a Israele. L’esercito e le forze dell’ordine sono mobilitati per garantire lo svolgimento regolare delle operazioni di voto.

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