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    ISRAELE

    La settimana di Israele

    Bilancio della guerra dopo tre settimane

    Il regime è colpito ma non crolla

    La guerra è arrivata ormai alla fine della terza settimana e prosegue secondo le linee precedenti. Israele e gli Usa hanno il dominio completo dell’aria, ma non mettono le loro truppe sul terreno. Israele elimina sistematicamente i capi del regime, eliminando anche i vertici più alti; la coalizione martella i lanciatori di missili, gli impianti industriali e i depositi degli armamenti, le parti che restano funzionanti dell’apparato nucleare, le caserme di pasdaran ed esercito, in particolare i basij che hanno il compito di controllare sanguinosamente la popolazione. Ma nonostante le previsioni più ottimistiche die primi momenti, il regime non è crollato finora. Non vi sono stati colpi di stato militari, anche se si parla spesso di diserzioni anche di alto grado; l’opposizione sia nelle grandi città che nelle zone delle minoranze etniche ha spesso manifestato sì la sua presenza, ma non ha potuto organizzare manifestazioni né tentare di costituire zone libere.

    Le azioni dell’Iran

    Gli ayatollah ancora controllano lo stretto di Hormuz, vitale per il commercio internazionale; sono anche in grado di minacciare con missili e droni sempre più rari ma comunque pericolosi gli impianti energetici e la popolazione civile dei paesi confinanti, soprattutto nel Golfo. Israele è colpita da bombardamenti che vengono direttamente dall’Iran o dagli Hezbollah in Libano (e talvolta in Siria). Sono perlopiù missili a frammentazione, con munizioni diffuse ma poco potenti che non sono in grado di minacciare seriamente l’apparato militare, ma fanno danni sulle case e talvolta anche su impianti industriali e civili, costringendo la popolazione a rifugiarsi spesso nei rifugi. I danni sono comunque finora meno gravi della guerra precedente con l’Iran, nel giugno scorso.

    Le strategie

    La strategia della coalizione mira al disarmo e al rovesciamento del regime iraniano e consiste in primo luogo nella distruzione dell’apparato militare dell’Iran innanzitutto quello atomico e missilistico, sia di quello attivo, sia delle strutture che lo riforniscono e lo potrebbero ricostituire; in secondo luogo, nella disarticolazione del regime per mezzo dell’eliminazione dei suoi capi politici e militari; infine, nella disabilitazione degli apparati repressivi e propagandistici del regime, in modo da permettere agli iraniani di ribellarsi e rovesciarlo, se lo vogliono. Il successo degli alleati sarebbe l’abbattimento del regime o almeno il suo disarmo completo e la cessazione delle minacce militari, tanto su Hormuz quando sui paesi della regione. La strategia degli ayatollah punta, al contrario, alla sopravvivenza del regime e mira al logoramento degli alleati, creando danni a loro, ai della regione mediorientale, anche a quelli che simpatizzano con loro, e in genere all’economia mondiale, cercando di logorare il consenso alla guerra nel contesto internazionale e soprattutto nell’opinione pubblica israeliana e in primo luogo in quella americana. Per loro sarebbe un successo una fine della guerra analoga a quella che ci fu a giugno scorso: sospensione delle operazioni senza la distruzione del regime e senza una resa formale.

    La resistenza del regime

    Questa asimmetria strategica spiega perché l’indubbio successo militare non basta per ora ad assicurare la conclusione positiva della guerra. Il regime clericale degli ayatollah è riuscito nei suoi quasi cinquanta anni di vita a radicarsi profondamente nella società iraniana, sfruttando sia temi religiosi che nazionalistici. La fedeltà dei suoi quadri medio-alti e soprattutto lo sviluppo della sua milizia (i pasdaran) assicurano ricambi anche dopo l’eliminazione dei capi. L’apparato militare è stato segmentato in modo da assicurare la continuazione del suo funzionamento (innanzitutto i lanci di missili e di droni, la repressione interna del dissenso) anche dopo la distruzione dei comandi centrali e dei collegamenti. I suoi arsenali riservano sorprese: i missili sono più numerosi e più performanti di quel che si pensasse, arrivando a una gittata di 4000 km che copre buona parte dell’Europa. I droni sono tanti e costano poco. La dispersione degli apparati su un territorio spesso montagnoso e grande come quasi tutta l’Europa occidentale rende difficile eliminarlo completamente. Usa e Israele hanno ancora delle mosse decisive in riserva, come l’occupazione del terminale petrolifero di Kharg e l’evacuazione dell’uranio arricchito probabilmente sepolto a Natanz – entrambe mosse che richiedono l’uso rischioso di forze di terra. Ma è assai probabile che le riserve di proiettili aerei e di antimissili delle forze americane e israeliane siano ben superiori a quel che resta di missili e droni all’Iran e che dunque l’offensiva aerea possa proseguire con crescente successo.

    Braccio di ferro

    Insomma, quel che accade è un tentativo di logoramento reciproco, un braccio di ferro. Il regime iraniano, che sa di non poter vincere in battaglia, ha pianificato bene la sua difesa e usa le sue armi con molta astuzia e spregiudicatezza, colpendo perfino i suoi amici per danneggiare l’economia mondiale e cercare così di sfibrare la volontà di vittoria di Trump; le forze americane e israeliane, che sanno bene di non poter occupare il territorio nemico, cercano di distruggere mezzi ed eliminare comandanti fino a provocare l’implosione del regime. Come ha detto Netanyahu, la vittoria è dunque questione di determinazione, della capacità di tener duro un minuto più del nemico. A Israele essa certamente non manca, nonostante i danni materiali e le perdite dolorose fra i civili. Bisogna vedere quanto saprà reggere l’America, lasciata sola dai suoi alleati anche più tradizionali come la Gran Bretagna e con un partito, quello democratico, fortemente infiltrato da postcomunisti, woke e musulmani

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