
Indipendenza militare
Il mondo e in particolare il Medio Oriente e Israele trattengono il fiato in attesa di capire che cosa accadrà in Iran, una rivoluzione decisiva o una tragedia repressiva immane: nessuno oggi può sapere come andrà. In attesa delle notizie che si svilupperanno n ei prossimi giorni e più probabilmente nelle prossime settimane, vale la pena di fare qui una riflessione di prospettiva su Israele e in particolare sul nesso fra economia, tecnologia e sicurezza. È un tema sollevato con forza dal premier Netanyahu alla fine di dicembre, quando ha annunciato un piano decennale finanziato con 110 miliardi di dollari per ottenere l’autosufficienza israeliana nella produzione di armi e sviluppato ulteriormente venerdì in un’intervista all’Economist, quando ha detto di aver comunicato a Trump l’obiettivo di rinunciare progressivamente nell’ambito degli stessi dieci anni agli aiuti militari USA, che oggi ammontano a 3,8 miliardi di dollari l’anno (tutti spesi nell’acquisto di armi americane come gli aerei F35). All’Economist ha spiegato che in questo periodo l’economia israeliana dovrebbe raggiungere il valore di un trilione (mille miliardi) di dollari e dunque porsi nella condizione di sostenere un’industria degli armamenti completa. Il nesso fra sviluppo economico e autodifesa non a tutti è chiaro, ma per Netanyahu è fondamentale.ù
L’industria bellica israeliana
Già oggi Israele ha una produzione militare vasta e differenziata di grande qualità, molto apprezzata nel mondo: il sistema antimissile composto dagli strati di Iron Dome, David’s Sling, Arrow, e da pochi giorni l’apparato laser Iron Beam, che cambierà profondamente l’equilibrio fra offesa e difesa in campo missilistico; poi i carri armati Merkava, i trasporti truppe Namer, i cannoni ATMOS, i droni Heron/Hermes/Skylark, le navi missilistiche classe Sa’ar, i sottomarini Dolphin, diverse classi di missili marittimi, terrestri e aerei, l’avionica che rende molto più efficienti gli aerei americani, ecc. Quel che manca nell’elenco sono i proiettili e le bombe per artiglieria e aviazione e soprattutto gli aerei.
Il progetto Lavi
C’è un precedente a questo proposito su cui vale la pena di riflettere. Fra gli anni ‘70 e gli ‘80, a causa del boicottaggio europeo e specificamente francese seguito alla Guerra del Kippur e al ricatto petrolifero arabo, Israele si trovò senza ricambi per i suoi aerei di punta che erano i Mirages francesi. Nacque allora il progetto Lavi, un caccia multiruolo fortemente innovativo, che fu portato fino allo stadio del prototipo in volo con ottimi risultati tecnici ma abbandonato definitivamente nel 1989 proprio per la crescita dei costi, insostenibile per l’economia israeliana del tempo, affetta da iperinflazione. Pesarono anche però le pressioni degli americani che non volevano un concorrente pericoloso sul mercato internazionale. Da allora l’aviazione israeliana si è basata su piattaforme Usa, soprattutto gli F15 e gli F35.
Il piano decennale di Netanyahu
Netanyahu che non vuole evidentemente abbandonare l’alleanza Usa sul campo politico e militare, ma anche dell’industria bellica, probabilmente pensa che è possibile creare dei progetti di collaborazione come quelli che ora regolano la produzione di Iron Dome (concepito e prodotto in Israele, ma i cui proiettili sono made in Usa). L’obiettivo è però mantenere in Israele una capacità produttiva sufficiente per il caso di guerra e semmai collaborare sulle esportazioni militari, in cui negli ultimi anni Israele ha molto accresciuto il suo ruolo, superando i 15 miliardi di dollari. Tutti i responsabili israeliani ricordano i pesanti ricatti subiti nel 2023-24 dall’amministrazione Biden, che rifiutò o ritardò rifornimenti militari essenziali con lo scopo esplicito di piegare Israele alle sue condizioni politiche. Il piano decennale di Netanyahu mira a impedire che ciò si ripeta: l’amicizia degli Usa è fondamentale, ma con gli sviluppi della politica americana non può essere data per scontata a medio termine La novità più significativa dell’intervista di Netanyahu va nello stesso senso con la rinuncia all’aiuto economico americano; essa è stata accolta molto favorevolmente da repubblicani amici di Israele come l’influentissimo senatore Lindsay Graham: “Apprezzo gli alleati che cercano di essere indipendenti e, considerando le dichiarazioni del Primo Ministro Netanyahu, credo che dovremmo agire per accelerare il processo. Non c’è bisogno di aspettare dieci anni.”
I dati economici
La conseguenza di questo ragionamento è che la dimensione dell’economia israeliana e il suo successo tecnologico sui mercati mondiali sono una condizione essenziale per la sopravvivenza. Da questo punto di vista ciò che è successo negli scorsi due anni è straordinario. Assediato, bombardato, costretto a una guerra su sette fronti che ha richiesto il richiamo (e dunque l’improduttività economica) di decine, a tratti centinaia di migliaia di riservisti qualificati e in piena età lavorativa, Israele ha avuto una performance straordinaria. Come scrive Amit Segal, chi avesse investito 1000 dollari sulla borsa israeliana l’8 ottobre 2023, oggi se ne ritroverebbe 2400 e se si guarda solo l’ultimo anno, chi l’avesse fatto i 1 gennaio 2025, oggi ne avrebbe 1540. Altri dati del 2025: inflazione 3%, disoccupazione 3%, crescita 3,3%, rapporto fra debito e reddito nazionale lordo al 69% (sembra buono, quello italiano è il doppio, ma era il 61% nel 2023, la differenza è dovuta al raddoppio della spesa militare). Vi sono anche elementi negativi, prima di tutto il costo della vita che è superiore alla media dell’OECD di un preoccupante 29%. Il punto ambiguo su cui riflettere è che il successo dell’economia israeliana è profondamente legato all’Hi-Tech. Come scrive ancora Segal: “Il settore rappresenta il 20% del PIL, il 40% della crescita economica dal 2018 e il 60% delle esportazioni. Il problema è che rappresenta solo il 10% dell’occupazione. Questo crea una serie di altri problemi: un’economia sbilanciata e dipendente da un solo settore, una crescente disuguaglianza e un bilancio statale sempre più dipendente dalle entrate fiscali dell’alta tecnologia.”
Prospettive
Complessivamente oggi l’economia israeliana vale 540 miliardi di dollari (oltre 41.800 dollari pro capite – per l’Italia i valori sono 2418 milioni toltali e 34.398 pro capite), le valutazioni delle agenzie internazionali stanno fra A e BAA1 cioè ben dentro l’”investment grade” (l’Italia è fra BBB+ e BAA2). Insomma l’economia ha tenuto bene, nonostante i tentativi di boicottaggio e disinvestimento all’esterno e anche le minacce di sabotaggio interno che sono state formulate in questi anni dai settori più estremisti. C’è da sperare che si risolvano i problemi ancora aperti (Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, l’Iran, le turbolenze intorno allo Yemen) per entrare davvero nel dopoguerra, Se si realizzerà davvero uno spazio economico aperto intorno alla “Via del Cotone” da Bombay all’Europa attraverso gli Emirati, l’Arabia, la Giordania e Israele) la spinta economica e politica pere lo stato ebraico sarà fortissima. Non solo per l’indipendenza nella difesa, ma anche per gli sviluppi economici, culturali, tecnologici. Al di là di tutto il folklore, questa è la visione di Trump per il Medio Oriente, cui il governo israeliano aderisce con entusiasmo.













