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    ISRAELE

    La settimana di Israele: i progressi della guerra

    Le perdite provocate dall’Iran

    Sono passate ormai due settimane dall’inizio della guerra fra Israele e Stati Uniti e il risultato è chiaro. Vale la pena di ricordarlo. Gli americani hanno perso alcuni aerei e una decina di soldati, perlopiù per incidenti e fuoco amico, senza che queste perdite fossero dovute all’azione del nemico. Israele non ha avuto danni sui mezzi aerei e sui militari, né dall’Iran né dal Libano (dove è in atto, è bene ripeterlo, un conflitto secondario dovuto al fatto che Hezbollah ha trasgredito completamente i termini del cessate il fuoco in vigore dal novembre del 2024 e ha deciso di intervenire in guerra a favore dell’Iran, bombardando con numerosi missili la parte settentrionale di Israele). Vi sono state purtroppo in Israele delle vittime civili e un certo numero di case colpite, anch’esse quasi tutte in area civile, ma complessivamente meno gravi della guerra dell’anno scorso. L’area dove le milizie iraniane hanno fatto più danni, paradossalmente, sono quei paesi vicini che si erano dichiarati neutrali prima della guerra (l’Arabia Saudita, gli Emirati, Bahrein, Giordania, Cipro, Azerbaijan, Kuwait, ecc.) e perfino quelli che solidarizzavano col regime degli ayatollah (Oman, Qatar, Turchia, Iraq). Costoro non hanno avuto finora il coraggio di reagire se non con proteste e minacce, ma certo non potranno sentire troppa simpatia per l’Iran né durante la guerra né dopo. E l’aggressione a un paese neutrale è un crimine di guerra grave, anche se nessuno lo ricorda sulla stampa. Il solo successo iraniano consiste nell’aver reso difficile e pericolosa la navigazione nello stretto di Hormuz, da cui dipende il rifornimento energetico di Europa, Cina, India; ma si tratta di un blocco effimero, che nei prossimi giorni sarà rotto da convogli scortati dalle navi militari americane.

    I danni subiti dagli ayatollah

    Secondo i dati delle forze armate israeliane, più di 6.000 pasdaran delle milizie di regime iraniane, inclusi comandanti di alto rango e funzionari di alto livello del regime, sono stati uccisi dall’inizio dell’Operazione “ruggito del leone”. La dichiarazione prosegue: “Gli iraniani hanno oltre 10.000 tra morti e feriti tra le loro forze di sicurezza.  Abbiamo distrutto tra i 160 e i 190 lanciatori, disattivato altri 200 e circa 150 rimangono attivi. Gli equipaggi dei missili hanno paura di uscire; ci sono diserzioni e rifiuti di seguire gli ordini. Ogni giorno cacciamo diversi lanciatori”. Come tutti sanno, fra le perdite iniziali inflitte all’Iran vi è la “Guida Suprema”, Ali Khamenei, insieme a quasi tutti i capi militari e civili più importanti del regime. Il figlio e successore di Khamanei, Mijtaba, è stato ferito in maniera abbastanza grave da impedirgli di comparire finora in pubblico. Gli Stati Uniti hanno martellato le installazioni militari, missilistiche e industriali, distrutto la marina e l’aviazione, eliminate le strutture di difesa dei nodi di esportazione del petrolio.

    Un crimine di guerra?

    E però, bisogna ammetterlo, il tono catastrofista e accusatorio è prevalente sulla stampa e nella politica soprattutto europea. In primo luogo, quasi tutti presentano questa guerra come una follia, dovuta al “narcisismo” di Trump e all’“estremismo” di Netanyahu; ne parlano come un “crimine di guerra” con la stessa ottusa ostinazione con cui hanno definito (e continuano a definire) “genocidio” l’autodifesa israeliana a Gaza. Si tratta di una palese falsità: Israele e gli Usa non hanno aperto di improvviso una nuova guerra con l’Iran, hanno dovuto riprendere un conflitto che è esploso il 7 ottobre 2023, quando i movimenti terroristi guidati dall’Iran hanno attaccato Israele, e che è diventato aperto nel 2024, quando l’aviazione iraniana ha direttamente bombardato Israele la notte tra il 13 e il 14 aprile (Operazione Vera Promessa) con oltre 300 droni e missili, e il 1° ottobre con un massiccio lancio di circa 180-200 missili balistici. Dopo misurate reazioni iniziali, a giugno 2025 Israele ha reagito con l’aiuto degli Usa. La guerra dei 12 giorni è cessata senza un armistizio formale, ma con l’intesa chiara che l’Iran avrebbe smesso di cercare l’armamento nucleare, missilistico e l’attacco indiretto a Israele, attraverso i suoi satelliti. Ciò non è accaduto, anzi il riarmo dell’Iran è stato molto accelerato grazie al sostegno di Russia e Cina. Sicché, fallite le ultime trattative, Usa e Israele hanno ripreso la guerra prima che gli ayatollah disponessero di armi atomiche e avessero missili in numero e con gittata tale da renderlo incontrollabile

    Le condizioni della vittoria

    Si propala poi l’idea che questa guerra sarebbe perduta sul piano economico e politico, se non su quello militare, che l’America non potrebbe reggerla, insomma che il disastro si avvicina. Sono menzogne. Già se la guerra finisse oggi, avrebbe raggiunto il primo obiettivo, quello di tagliare le unghie militari all’Iran. L’atteggiamento cautissimo di Hamas e degli Houti, che nonostante le loro minacciose dichiarazioni non sono ancora entrati in guerra, mostra che anche nel fronte terrorista la sconfitta degli ayatollah è evidente. Vi sono però ancora altri obiettivi da raggiungere: il completo smantellamento delle basi industriali dell’aggressività iraniana (secondo scopo); il rovesciamento del vertice del regime e la sua sostituzione con una dirigenza più razionale (terzo scopo); la rivoluzione democratica che Usa e Israele auspicano e che però solo gli iraniani possono realizzare. Per questa ragione è necessario proseguire questa guerra fino alla resa del regime e all’eliminazione completa delle sue strutture di controllo.

    “Una fase poco eroica e monotona”

    Per arrivarci ci vogliono ancora settimane e forse mesi di intervento militare. Non bisogna aspettarsi battaglie clamorose (anche se forse le forze speciali americane potrebbero occupare l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero e chiave dello Stretto di Hormuz, e forse anche quei punti del sistema nucleare iraniano dove sono sepolti più di 400-450 kg di uranio arricchito al 60%, oltre a diverse tonnellate di uranio arricchito a livelli inferiori (fino al 5% e 20%). Questo materiale rappresenta una grave minaccia, essendo facilmente convertibile in uranio di grado militare (90%) in poche settimane. È importante non lasciare questo combustibile nucleare in mano agli ayatollah o ai loro eventuali successori. La guerra ha dunque adesso una dimensione ingegneristica, logistica, industriale. Come ha dichiarato al grande giornalista israeliano Amit Segal un alto funzionario dei servizi di sicurezza “Siamo entrati in una fase forse poco eroica e monotona di distruzione sistematica dei quartieri generali di comando e controllo, dell’industria militare e delle infrastrutture nucleari”. Per vincere fino in fondo ci vuole pazienza, determinazione, fermezza, oltre alla grande competenza dei piloti aerei che reggono l’offensiva. Israele ce l’ha, bisogna sperare che non manchino agli americani.

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