
Quando la conclusione?
La battaglia aerea sull’Iran dura ormai da più di cinque settimane e l’operazione di terra contro Hezbollah da tre, più un periodo precedente di bombardamenti aerei. Di entrambe non si vede ad ora la conclusione. Inoltre, entrambe le operazioni, nonostante il grande dispiego di mezzi non sono finora riuscite a impedire i bombardamenti di missili e droni su Israele e sugli Stati del Golfo. Nel suo discorso alla nazione di giovedì, Trump ha detto che le azioni contro l’Iran sono quasi concluse e dureranno altre due o tre settimane, ma non è stato naturalmente più preciso, né ha comunicato le sue intenzioni rispetto all’impiego di truppe di terra sulle isolette da cui partono le esportazioni iraniane di petrolio, ma anche i lanci che colpiscono le petroliere chiudendo lo stretto di Hormuz; o invece intorno agli impianti nucleari dove sono sepolti i 450 chilogrammi di uranio arricchito, l’esplosivo atomico che è l’arma più pericolosa degli ayatollah. Ma queste truppe si stanno accumulando e difficilmente non saranno usate per tentare di chiudere la partita.
Una chiara prevalenza sul campo
La situazione insomma non è chiara e la confusione è molto accresciuta a causa di notizie false, campagne di stampa, previsioni azzardate da parte di cosiddetti “esperti”, indiscrezioni pilotate, “wishful thinking” (pensiero desiderante, come si usa dire in inglese) della stampa “progressista” che scambia il proprio tifo per la sconfitta di Trump (e di Israele) per la realtà, e comunica dunque desideri come fossero fatti. In realtà, le tendenze di fondo sono chiare: la coalizione martella gli apparati economici, politici e militari dell’Iran (e di Hezbollah) in maniera sistematica, distruggendo centinaia di obiettivi al giorno, con l’obiettivo di eliminare non solo le armi, i loro magazzini e le truppe che le maneggiano, ma anche gli impianti industriali ed economici che permettono di produrli. L’Iran (ed Hezbollah) hanno perduto buona parte della loro capacità militare, non hanno più marina e aviazione, l’antiaerea può abbattere qualche cacciabombardiere con un colpo fortunato, come è accaduto giovedì, ma non è in grado di sfidare il dominio della coalizione sui cieli dell’Iran (e del Libano).
La reazione iraniana
Però l’Iran (e anche Hezbollah) ha ancora dei missili, conservati in rifugi nascosti, protetti e preparati da tempo, che spara a piccole raffiche quotidiane, facendo danni non certo decisivi, ma snervanti e capaci di minacciare continuamente stragi civili. Gli aerei della coalizione colpiscono in maniera sistematica obiettivi “duri”, militari e industriali, sono riutilizzabili e precisi; i missili e i droni dell’Iran e dei suoi satelliti si abbattono su obiettivi civili “molli”, e non solo possono essere ovviamente usati una volta sola, ma ad ogni loro lancio corrisponde una reazione che spesso elimina anche l’apparato necessario al tiro. Insomma, le risorse belliche iraniane sono sottoposte a un doppio consumo, quello conseguente ai bombardamenti alleati e quello dovuto al loro stesso uso.
Il peso del dissenso
In cambio però l’opposizione in Iran non ha modo di esprimersi, per via di una repressione capillare che è difficile contrastare dall’alto, mentre gli Usa, più che Israele, devono fare i conti con un possibile dissenso interno e con la crisi delle alleanze e soprattutto di quella dei paesi europei della Nato, che non solo non partecipano a questa guerra da alleati ma fanno il possibile per sabotarla, chiudendo aeroporti, porti e spazi aerei e ostacolando l’appoggio diplomatico alla guerra.
Questione di vita e di morte
Insomma, è utile ripetere che la battaglia dell’Iran si può paragonare a un braccio di ferro, a una prova di resistenza in cui prevale chi riesce a tener duro un secondo di più dell’altro. Ciò è vero di molte guerre; ma vi sono due aspetti specifici di questa battaglia di cui bisogna tener conto. Il primo è il suo carattere ultimativo, di vita e di morte. Tutto Israele sa bene di doversi difendere da una chiara minaccia genocida (anche se purtroppo non tutti gli ebrei della diaspora se ne rendono conto) e che difficilmente ci sarebbe una seconda possibilità dopo una sconfitta; gli ayatollah capiscono bene che se perdessero questa guerra l’Iran continuerebbe la sua storia millenaria, ma certamente la loro dottrina del dominio dei religiosi sulla società civile (in persiano velāyat-e faqih) e la strategia del dominio sul Medio Oriente e della conquista progressiva dell’Occidente sarebbero distrutte, per non parlare della loro stessa vita. Ma anche gli Usa, come ha notato più di un analista, si giocano un bel po’ del loro ruolo internazionale. Se non riuscissero a sconfiggere una potenza media come l’Iran dopo aver deciso e programmato la battaglia, non solo lascerebbero ai nemici il controllo del Medio Oriente e delle sue vitali risorse energetiche, ma perderebbero molta della loro deterrenza nei confronti di Russia e Cina con la conseguenza di una anarchia mondiale in cui dominerebbero aree di influenza regionali.
La prima guerra mondiale comunicativa
L’altro aspetto specifico è l’importanza che in questa guerra ha la dimensione politica e dunque comunicativa. La battaglia si gioca tanto nei cieli dell’Iran quanto “nelle menti e nei cuori” dei cittadini americani e di quelli israeliani innanzitutto, ma anche di quelli europei e del resto dei paesi liberi. Già in Vietnam gli Usa furono sconfitti non sul campo ma nell’opinione pubblica americana. Oggi l’atteggiamento ostile dell’Europa e di altri paesi democratici pesa molto ed è determinato da un’alleanza fra sinistra e islamismo che è riuscita a piegare anche l’atteggiamento di molti governi di centrodestra, compreso il nostro. Quella che si sta combattendo è forse la prima guerra mondiale comunicativa, iniziata da decenni con la demonizzazione di Israele e l’invenzione della “resistenza nazionale palestinese” come suo antagonista, esplosa poi con le calunnie dopo il 7 ottobre (“genocidio”, “fame di Gaza”, “assassinii di bambini”) e ancora negli ultimi giorni rilanciata con i casi “Pizzaballa” e “legge sulla pena di morte”. È questa guerra comunicativa che minimizza le perdite disastrose subite dall’Iran e la sua condotta di guerra assolutamente illegale (missili sui paesi neutrali, in generale attacchi alla popolazione civile, estrema repressione interna). E che allo stesso tempo cerca di convincere il mondo che Trump è “pazzo”, Netanyahu un “assassino”, che la coalizione sta perdendo, che per gli “sporchi interessi di Israele” si sta “distruggendo l’economia mondiale” e via mentendo e diffamando. Per questo è importante fare chiarezza ed esigere la verità anche in un teatro secondario come quello italiano.















