
Ieri Gerusalemme ha vissuto una serata dal forte valore simbolico: il primo ministro indiano Narendra Modi, in visita di due giorni in Israele, ha parlato alla Knesset con un messaggio netto di amicizia e solidarietà. Ha aperto con un “shalom” in ebraico e un “namasté” in hindi, e ha chiuso con tre parole che in Israele valgono più di tutto: “Am Yisrael Chai”, “Il popolo d’Israele vive”.
Nel suo intervento Modi ha legato il rapporto tra i due Paesi a una storia più lunga della politica contemporanea: due civiltà antiche, contatti ebraico-indiani che attraversano i secoli, e un’idea di collaborazione costruita non solo su interessi, ma anche su memoria e identità. Ha ricordato il dolore per il 7 ottobre, definendo l’attacco di Hamas un atto di terrorismo brutale e ingiustificabile, e ha sottolineato che l’India conosce il prezzo del terrorismo da molto tempo. Il messaggio centrale è stato chiaro: l’India sta con Israele oggi e anche domani, senza ambiguità.
Il discorso non è rimasto solo sul piano emotivo. Modi ha presentato Israele come una “potenza di innovazione” e ha indicato un orizzonte pratico: rafforzare legami economici e tecnologici, lavorare a un accordo commerciale ambizioso e costruire un corridoio di scambi che colleghi l’India al Medio Oriente e oltre, passando per partner arabi. È una visione di lungo periodo: più infrastrutture, investimenti, regole e catene di valore.
Da parte israeliana, il tono è stato di riconoscenza e di strategia. Netanyahu ha definito Modi un amico vero, ha insistito sulla vicinanza tra due democrazie che hanno dovuto difendersi e crescere in un ambiente spesso ostile, e ha collegato la cooperazione con l’India alla lotta contro il radicalismo. Il punto, per Israele, è che questa relazione non è più “solo” un capitolo di diplomazia: è una colonna dell’architettura regionale che sta cambiando.
E qui entra in gioco la geopolitica. Israele non vede l’India come un alleato temporaneo, ma come una grande potenza che sta crescendo rapidamente e che prende decisioni in modo indipendente. L’India ha interessi importanti nelle principali rotte marittime del Medio Oriente, da cui passa una grande parte del commercio e del petrolio mondiale.
Modi sta rafforzando la presenza dell’India verso il Medio Oriente, in un momento in cui il mondo è segnato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina. In questo contesto, la collaborazione tra India, Emirati Arabi Uniti e Israele può diventare un ponte economico e strategico, basato su commercio, tecnologia, energia e sicurezza delle rotte.
C’è poi un dato concreto: l’India è uno dei principali clienti della difesa israeliana, questo dimostra che il rapporto è solido e basato su interessi reciproci. L’obiettivo ora è andare oltre la sicurezza: più innovazione, più commercio, più scambi culturali e turistici, e una cooperazione che coinvolga direttamente anche le società dei due Paesi.
Il dato politico più importante, però, è un altro: Modi è arrivato in Israele nonostante un contesto regionale teso e instabile. È un gesto che comunica fiducia e priorità. Per Israele, significa avere accanto una potenza che parla il linguaggio della fermezza contro il terrorismo, ma anche quello della crescita e della modernizzazione.
In un Medio Oriente che “si riscrive” in tempo reale, Israele scommette su un’idea semplice: costruire alleanze con chi guarda al futuro, investe nella stabilità e vede nell’innovazione israeliana una risorsa strategica. La visita di Modi, più che una cerimonia, è un segnale: la partnership Israele-India entra in una nuova fase, più ampia e più decisiva.













