
Un nuovo rapporto segnala un forte aumento del disagio psicologico tra i sopravvissuti alla Shoah in Israele, colpiti indirettamente dall’escalation militare con l’Iran. Durante la recente campagna militare, circa 50 sopravvissuti sono rimasti feriti nelle proprie abitazioni, mentre molti altri vivono in uno stato di ansia costante legato alle continue sirene e alla mancanza di rifugi adeguati.
Secondo il report, la situazione attuale non rappresenta solo un’emergenza fisica, ma anche psicologica. I sopravvissuti, molti dei quali sono molto anziani, sperimentano una riattivazione dei traumi vissuti durante la Seconda guerra mondiale. Le sirene antiaeree, le corse verso i rifugi e l’incertezza quotidiana richiamano memorie profonde legate alle persecuzioni e ai bombardamenti del passato, amplificando il senso di vulnerabilità. Uno degli aspetti più critici evidenziati riguarda la mancanza di infrastrutture adeguate. Molti sopravvissuti non dispongono di rifugi sicuri nelle proprie abitazioni o hanno difficoltà fisiche che impediscono loro di raggiungerli in tempo. Questo li espone non solo al rischio concreto durante gli attacchi, ma anche a uno stress prolungato, aggravato dall’impossibilità di mettersi in salvo autonomamente.
Il rapporto sottolinea come i sopravvissuti rappresentino una fascia particolarmente vulnerabile della popolazione israeliana: età avanzata, condizioni di salute spesso precarie e un passato segnato da traumi estremi. In questo contesto, anche eventi che per altri possono essere gestibili diventano destabilizzanti, sia sul piano emotivo che fisico. Le organizzazioni coinvolte chiedono un intervento urgente da parte delle autorità: miglioramento dell’accesso ai rifugi, supporto psicologico mirato e assistenza logistica per le persone più fragili.















