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    ISRAELE

    Cosa accadrà dopo la tregua di Trump?

    Il cessate il fuoco

    Gli scorsi due giorni nel Medio Oriente, che non ne è mai avaro, sono stati il culmine dei colpi di scena. Prima Trump ha sparato contro il regime iraniano minacce apocalittiche, molto più pesanti della sua abitudine che certamente non è modesta: distruzione di una civiltà millenaria, riduzione all’età della pietra, distruzione totale. Poi, mercoledì notte, due ore prima della scadenza di un ultimatum già più volte rinviato e reiterato, ha annunciato una tregua di due settimane, in cambio solo dell’apertura dello stretto di Hormuz. Questo tempo dovrebbe essere usato per negoziare un accordo definitivo, a partire da venerdì a Islamabad in Pakistan. Ad alcuni era sembrato che questa tregua riguardasse non solo l’Iran, ma tutto il Medio Oriente. Ma dopo il suo avvio, l’Iran ha continuato a bombardare l’Arabia e gli Stati del Golfo, gli Houti e Hezbollah hanno lanciato missili contro Israele.

    L’azione israeliana in Libano

    L’esercito israeliano, qualche ora dopo la sospensione dei bombardamenti sull’Iran, ha usato tutta la propria potenza aerea contro Hezbollah, colpendo oltre 100 centri di comando, siti militari e impianti strategici a Beirut, nella Beqaa e al sud del Libano ed eliminando circa 200 terroristi fra cui figure molto importanti, vicine ai vertici dell’organizzazione. L’Iran ha qualificato l’azione israeliana come una violazione della tregua, come se il Libano facesse parte delle sue proprietà: un atteggiamento imperialista che pochi hanno contestato. Gli americani hanno ribadito che il Libano non era compreso nell’accordo, ma l’Iran ha chiuso di nuovo lo stretto di Hormuz,  e ha minacciato di non inviare la sua delegazione in Pakistan. Al momento in cui questo articolo viene scritto, non sono note risposte fattuali americane, anche se Trump ha ribadito che l’apparato militare americano è ancora pienamente attivo e in posizione di attacco. La tregua sembra dunque molto fragile.

    I controversi contenuti dell’accordo

    I prossimi giorni diranno se questa, come molti hanno inteso, è la fine della guerra o solo una pausa tattica che serve a Trump per dimostrare al pubblico americano la sua volontà di pace e al regime iraniano per cercare di riorganizzarsi dopo i colpi durissimi che ha subito. Per il momento le posizioni espresse dalle due parti sono antitetiche: gli Usa vogliono dall’Iran l’annullamento del programma missilistico e soprattutto di quello nucleare, con la fine dell’arricchimento dell’uranio e la cessione di quello già arricchito, che sarebbe già sufficiente per una decina di bombe atomiche; l’Iran vuole che sia sancito ufficialmente il suo diritto all’arricchimento e ai missili. Gli americani vogliono ripristinare la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz secondo il diritto internazionale e l’Iran vuole invece imporre una tassa molto esosa sulle imbarcazioni che lo attraversano, come fosse cosa sua. L’America esige che gli ayatollah abbandonino la protezione, il finanziamento e l’armamento dei movimenti terroristi loro satelliti (Houti, Hamas, Hezbollah), mentre per gli ayatollah essi sono parte del loro piano di predominio regionale. Inoltre l’Iran pretende riparazioni di guerra e garanzie che “l’aggressione non si ripeterà” pur  mantenendo esplicitamente il suo obiettivo di aggredire e distruggere Israele.

    Le interpretazioni

    Le opinioni della maggior parte dei media danno per scontato che la posizione iraniana sia prevalente e che dunque la conclusione della guerra (se ci sarà davvero) sia una sconfitta per Trump (e molti aggiungono: anche per Israele). Ciò deriva dalla voluta ambiguità della comunicazione del presidente americano e all’abitudine di questi media di accettare come fatti le voci diffuse dalla propaganda anti-occidentale, che si tratti di Hamas come dell’Iran. In realtà l’esito della trattativa non è affatto chiaro, come non lo è il suo impianto e neppure se avrà davvero luogo. Già su un punto, l’inclusione del Libano, le posizioni dell’Iran sono state smentite, con grande scorno dei governi anti-americani d’Europa, dalla Francia alla Gran Bretagna a molte voci italiane, che senza avere alcuna parte nei negoziati hanno ingiunto di includere Hezbollah nella tregua, come se Israele non avesse il diritto di difendere il suo territorio, continuamente attaccato dai missili che vengono dal Libano.

    Come Gaza

    Un paragone che viene alla mente è quello dell’accordo con Hamas su Gaza, che fu anch’esso una sorpresa, negoziata dall’amministrazione americana nel segreto più totale. Allora però non c’era stato un impegno militare diretto degli Usa e Israele era finalmente all’attacco. Molti vissero quell’accordo come un tradimento da parte di Trump o una sconfitta dello Stato ebraico. In realtà Israele dal “Patto di Trump” ottenne subito la soluzione del tormentoso problema dei rapiti e la possibilità di presidiare con forze limitate la maggior parte del territorio della Striscia, eliminando gradualmente le forze, gli armamenti e le fortificazioni del gruppo terrorista al confine con il territorio israeliano. Certo, esiste una parte di Gaza ancora dominata da Hamas e il piano per disarmare il gruppo procede lentamente; proprio in questi giorni scade un ultimatum per la prima tappa del disarmo nella zona fuori dal controllo israeliano. Ma la via per la realizzazione dell’accordo è segnata e senza dubbio la condizione attuale è migliore della guerriglia continua che sarebbe seguita a una conquista senza l’accordo.

    Le incertezze 

    Insomma, è presto per dare un giudizio su questo cessate il fuoco, sulla sua durata, sulla pace che potrebbe venirne fuori. Ma è molto improbabile che un politico e un negoziatore esperto come Trump, dopo gli immensi costi umani, militari ed economici della battaglia sull’Iran e dopo aver sostanzialmente distrutto le gerarchie del potere e soprattutto l’apparato industriale e militare del paese, accetti un accordo che aumenti il potere della Repubblica Islamica e la lasci libera di riarmarsi e riprendere il suo aggressivo imperialismo. Ancor più difficile è che Israele abbia accettato la tregua, come ha fatto immediatamente, senza aver ricevuto adeguate garanzie sulla sua sicurezza. È vero che lo stato ebraico è fortemente dipendente dai rifornimenti, dalle informazioni e dall’appoggio diplomatico americano, essendo stato ostracizzato da quasi tutti gli stati europei, ed è vero anche che Trump è considerato in Israele l’amico migliore, ma, quando in passato è stato necessario, Netanyahu non ha avuto timore di opporsi alle politiche americane.

    Una vittoria che c’è già

    Bisogna però sottolineare che se anche la guerra terminasse dopo questa tregua e se Trump concludesse un accordo discutibile, la vittoria di Israele sarebbe chiara comunque. C’era un assedio intorno allo Stato ebraico, un “cerchio di fuoco” progettato dal generale iraniano Soleimani. Israele l’ha rotto, combattendo su sette fronti contro paesi che assommano quindici volte la sua popolazione. C’era un progetto genocida, espresso nella strage del 7 ottobre. Israele l’ha fermato. Le forze terroriste sono state decimate, la potenza economica e militare dell’Iran severamente danneggiata, i leader della lega genocida tutti eliminati. Gli Stati del Golfo hanno capito chi è il loro vero nemico, il legame con loro e con gli Usa si è rafforzato, anche i nemici semi-dissimulati di Israele come Egitto e Turchia hanno visto il costo del tentativo di dar sfogo alle tendenze antisemite. Questi sono comunque risultati importantissimi, le cui conseguenze si vedranno per anni e decenni. Resta invece lo strato fangoso e morboso di antisemitismo depositato dal “diluvio di Al Aqsa”, come Hamas chiamava il 7 ottobre. Ma questa è soprattutto una colpa di una certa sinistra mediatica, politica e intellettuale dell’Occidente, irresponsabile fino al suicidio.

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