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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    L’eclissi del volto e lo svelamento della provvidenza: il senso di Purim nella storia ebraica

    Nella lunga e tormentata trama della storia ebraica, esiste un filo che lega la sopravvivenza del nostro popolo a una forza invisibile ma onnipresente. Questa forza trova la sua massima espressione in Purim, che non è solo un racconto di liberazione politica; è il paradigma di come il Creatore agisce nel mondo quando sembra che il Suo volto sia nascosto.

    A differenza di Pesach, dove il mare si divide e le leggi della fisica si sospendono in un moltiplicarsi di miracoli svelati, il “miracolo di Purim” è un capolavoro di minimalismo. Se leggiamo la Meghillat Esther con occhio superficiale, vediamo solo intrighi di corte, coincidenze fortuite e strategie politiche: un re che ripudia la moglie, una fanciulla ebrea che sale al trono nascondendo la sua identità, un dignitario che viene onorato per avere sventato anni prima un complotto.

    Eppure, il nome stesso della regina, Ester, condivide la radice ebraica con la parola Hester, il nascondimento. I nostri Saggi nel Talmud (Chullin 139b) chiedono: “Dove troviamo Ester nella Torah?”. La risposta risiede nel versetto del Deuteronomio: “E Io, in quel giorno, nasconderò certamente il Mio volto”. In questo paradosso risiede il cuore di Purim: il Signore non è menzionato nemmeno una volta esplicitamente in tutta la Meghillà, eppure Egli è il regista occulto di ogni singola scena. Lo Sfat Emet osserva che il nascondimento del volto non è una sottrazione della provvidenza, ma una sua forma più intima. Quando il Santo Benedetto si “nasconde”, Egli obbliga Israele a cercarlo non nei miracoli, ma nella responsabilità morale e nella lettura profonda della storia. È un amore che non si impone, ma che chiede di essere riconosciuto.

    Il termine Meghillà deriva dalla radice legallot, che significa “rivelare”. Dunque, il titolo Meghillat Esther può essere tradotto letteralmente come “La rivelazione del nascosto”. Questo è l’imperativo spirituale che la storia ci consegna: imparare a leggere la storia non come una serie di eventi casuali, ma come provvidenza divina.

    Storicamente, Purim giunge in un momento critico: il Primo Tempio era stato distrutto, il popolo era disperso nelle 127 province dell’Impero Persiano e molti iniziavano a dubitare che il Signore si curasse ancora di Israele in terra straniera. Il decreto di sterminio di Haman, discendente di Amalek, non era solo una minaccia fisica, ma un pericolo esistenziale. Haman gettò le sorti confidando nel caso, nel cieco destino. Egli credeva che il popolo ebraico fosse vulnerabile perché “disperso e diviso”.

    Il concetto cardine di Purim è il ribaltamento. Il patibolo preparato per Mordechai divenne il luogo dell’esecuzione di Haman. Questo ribaltamento insegna che la realtà fisica è solo una maschera, e che nella storia ebraica il punto di svolta spesso diventa visibile solo retrospettivamente. Sotto la superficie della crisi più nera, la salvezza sta già germogliando. Dopo il miracolo di Purim gli ebrei accettarono la Torah di nuovo, ma questa volta “per amore” e non per timore come sul Sinai. Il Ran spiega che l’accettazione della Torah a Purim è superiore a quella del Sinai, perché nasce non da una rivelazione travolgente, ma dalla capacità di riconoscere il Signore dentro la storia. È l’atto di un popolo che ha imparato a vivere e a credere senza miracoli visibili. Vedendo la mano divina agire tra le pieghe della vita quotidiana in esilio, il popolo comprese che il Signore è vicino a noi persino nei silenzi di Shushan. Il conflitto tra Mordechai e Haman non è pertanto solo politico: è una guerra tra due visioni della realtà.

    Nella storia ebraica, Purim rappresenta la garanzia che l’eternità di Israele non dipende da alleanze politiche o dalla potenza militare, ma dal legame inscindibile con l’Eterno. Anche oggi, in un mondo che spesso sembra caotico e privo di giustizia, Purim ci invita a grattare la maschera e a scoprire che dietro ogni evento, per quanto oscuro, batte il cuore della Provvidenza — anche quando non ne pronunciamo il Nome.

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