
Sappiamo tutti che la sera di Pesach si mangia il maròr, l’erba amara. Si mangia l’erba amara, come spiegato nel Sèder, per ricordare l’amarezza della schiavitù. Non tutte le erbe vanno bene, la Mishnà e il Talmùd specificano esattamente quali specie si possano usare, e in che modo e quantità debbano essere consumate; poi le tradizioni si dividono dando la preferenza a una certa specie. Nella tradizione italiana e sefardita il maròr per eccellenza è la chasa, la lattuga. E questo pone un problema, perché tanto amara la lattuga non è. Non è un problema recente, dovuto alla selezione di una qualità differente più dolce; anche nell’antichità la lattuga aveva il sapore che ha ora, e la domanda è antica. È stato risposto che tanto dolce la lattuga non è, che può esserlo all’inizio della masticazione poi no (come fu la storia degli ebrei in Egitto, prima di accoglienza, poi di rifiuto), e che magari conta anche il nome dell’erba, la cui radice ebraica significa cura e preoccupazione, nel senso che il Signore si preoccupò di proteggerci. È comunque una situazione strana che può insegnarci qualcos’altro: che non tutto ciò che è amaro non contiene qualcosa di dolce, e viceversa, e che anche se non dobbiamo dimenticare l’amaro della nostra storia, non dobbiamo trasformarlo in un’angoscia che rovina tutto, anche i momenti sereni della festa. E tutto questo è solo un dettaglio in un sistema complesso di riti e cerimonie.
Che possa essere per tutti un Pesach di memorie ma anche di festa!
Rav Riccardo Shemuel Di Segni
Rabbino Capo di Roma
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