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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Parashà di Ki Tissà: Come si distingue un ebreo da un gentile?

    In questa parashà viene ripetuta la mitzvà di osservare lo Shabbàt con queste parole: “I figli d’Israele dovranno osservare il sabato,  facendo il sabato di generazione in generazione come un patto perenne  (Shemòt, 31:16).

    Molti commentatori si soffermano sulle parole “facendo il sabato” (la’asòt et ha-shabbàt).

    Samson Raphael Hirsch (Hamburg, 1808, 1888, Frankfurt) traduce questo versetto in questo modo: “Thus shall the children of Israel keep the Sabbath, to establish the Sabbath for their descendants as an everlasting covenant” (Così i figli d’Israele osserveranno il sabato, per stabilire il sabato per i loro discendenti come un patto eterno). L’importanza del sabato deriva dal fatto che il sabato è “Un segno perrenne che il Signore fece il cielo e la terra in sei giorni e nel settimo giorno cessò di creare e si ritirò” (Shemòt, 31:17).

    Dr. Sidney Plawes di New York, in un suo commento, suggerisce che sarebbe stato più appropriato se fosse scritto “osservando il sabato” invece di “facendo”. Egli cita r. ‘Ovadià Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) che nel suo commento alla Torà scrive che osservando lo Shabbàt in questo mondo i figli d’Israele potranno meritare di farlo anche nel mondo in cui è sempre Shabbàt, cioè nel mondo a venire. È citato anche rabbenu R. Bachya ben Asher (Spagna, 1255-1340) il quale spiega che la parola “facendo” in questo contesto significa procurarsi tutte le cose necessarie per lo Shabbàt. Si tratta quindi di incoraggiare il popolo a prepararsi per lo Shabbàt in tempo in modo da poter godere il giorno di riposo nel modo più completo.

    Eliyahu Benamozegh (Livorno, 1823-1900) nel suo commento Panìm la-Torà cita R. Chayim ibn ‘Attar (Marocco, 1696-1743, Gerusalemme) che offre diverse spiegazioni. Tra queste egli scrive che la mitzvà dell’osservanza dello Shabbàt è una cosa peculiare perché l’atto di astenersi dallo trasgredire il sabato è considerato come osservare attivamente una mitzvà. Egli aggiunge che le melakhòt (attività) proibite di Shabbàt e le relative derivazioni sono molto numerose, dalle attività agricole a quelle della preparazione di cibi e a tutte le attività che coinvolgono l’economia. Pertanto chi osserva lo Shabbàt astenendosi da tutte le attività proibite è come se facesse altrettante mitzvòt. Egli aggiunge che la parola “facendo” allude anche a coloro che aggiungono allo Shabbàt, inziandolo alcuni minuti prima del dovuto e facendo così un po’ del giorno feriale parte dello Shabbàt.

    Joseph Pacifici (Firenze, 1928-2021, Modiin ‘Illit) in Hearòt ve-He’aròt (p. 107) scrive che nello Shulchàn ‘Arùkh sono riportate con tanti dettagli le attività dalle quale bisogna astenersi di Shabbàt. Ma per quanto riguarda come “fare il sabato” la cosa dipende dai singoli individui. Per esempio, lo Shabbàt a casa si Reuven è diverso da quello a casa di Shim’on.

    Se il sabato è il giorno che distingue un ebreo da un altro da come lo fanno, lo osservano e lo celebrano, è anche quel giorno che distingue gli ebrei dai gentili. Così afferma r. Sa’adià Gaon (Egitto, 882-942, Bagdad). Mentre i gentili aprono i loro negozi, gli ebrei stanno a casa e fanno lo Shabbàt.

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