
Immaginate Venezia, anno 1769. Niente Google Calendar, niente app per ricordarvi quando cade Pasqua o quando riapre la banca. C’è però un libretto grande quanto un cellulare di oggi (anche più piccolo, in realtà) che fa tutto questo — e lo fa per tre comunità diverse insieme.
È il Lunario dell’Anno 1769, stampato a Rialto da Omobon Bettanin (Omobono Bettanino, fu tra i librai minori di Venezia nel periodo 1738-1766) e a guardarlo bene è una piccola meraviglia di ingegneria editoriale.
Un almanacco “trilingue” ante litteram
La particolarità? Non è un semplice calendario cristiano con i soliti santi del giorno. È pensato per la vivace comunità ebraica di Venezia, e infatti sul frontespizio annuncia con orgoglio di essere “della Creazione del Mondo 5529 al computo degli Ebrei” — cioè segna anche l’anno secondo il calendario ebraico, che nel 1769 era appunto il 5529.
Dentro, mese per mese, convivono fianco a fianco tre sistemi calendariali completamente diversi: quello cristiano (con tutti i santi, le feste comandate, le Quattro Tempora), quello ebraico (con i mesi lunari come Nissan, Tishri o Elul, le feste come Purim e Pesach, e persino i giorni di digiuno) e — dettaglio quasi cinematografico — anche i mesi del calendario turco-ottomano, utili ai mercanti veneziani che commerciavano con l’Impero ottomano.
Il Banco del Giro: l’orario della “banca” del Settecento
Altro elemento super pratico: il libretto riporta pedissequamente le date di apertura e chiusura del Banco del Giro, l’antenato della banca pubblica veneziana. Un po’ come oggi controlliamo se la posta è aperta prima di uscire di casa, i veneziani del Settecento controllavano il lunario prima di andare a sistemare i propri affari finanziari.
Chi controllava che fosse tutto in regola?
Il libretto porta la firma di due revisori dal nome inequivocabilmente ebraico, Caliman e Iseppo (figlio di Abram) Grego. Il loro compito, secondo l’uso del tempo, era garantire che nulla nel testo risultasse offensivo per la religione cristiana dominante — perché comunque la pubblicazione usciva “con licenza de’ Superiori”, cioè con l’ok della censura veneziana. Una doppia supervisione, insomma: religiosa da una parte, politica dall’altra.
Un oggetto vissuto, non da vetrina
La copertina è consumata, macchiata, scarabocchiata a mano con la data “1769” ripetuta più volte in inchiostri diversi — segno che qualcuno, nei secoli, ha voluto assicurarsi di non perdere il filo su cosa fosse quel librettino. Non è un libro nato per stare su uno scaffale: è nato per stare in tasca, sfogliato ogni giorno, fino a consumarsi.
Ed è proprio per questo che oggetti così sono rari: i lunari popolari venivano usati fino allo sfinimento e poi buttati. Che uno sia arrivato fino a noi, con tanto di note di possesso manoscritte, lo rende un piccolo pezzo di storia quotidiana sopravvissuto quasi per miracolo.
Da Venezia a Roma: un viaggio lungo due secoli e mezzo
E qui arriva il colpo di scena. Questo lunario nasce a Venezia, ma oggi si trova a Roma, conservato nell’Archivio della Comunità Ebraica capitolina. Niente di strano, in realtà: Venezia era per la stampa ebraica quello che oggi potremmo chiamare un “hub”, il posto da cui uscivano libri e libretti destinati a circolare in tutta Italia. Come tanti altri stampati veneziani, anche questo lunario ha fatto il suo viaggio verso sud, arrivando a essere letto, consultato e infine conservato dalla comunità ebraica romana.
Un piccolo libretto tascabile che, in fondo, riassume da solo secoli di scambi tra le comunità ebraiche italiane: stampato in laguna, finito sul Tevere.
Fonte: Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma













