Skip to main content

Ultimo numero Gennaio – Febbraio 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    Cultura

    Memoria e responsabilità dopo la Shoah: l’intervista a Tsuriel Sdomi

    Con “Il caso del medico tedesco”, lo scrittore israeliano Tsuriel Sdomi affronta uno dei nodi più complessi lasciati in eredità dal Novecento: il rapporto tra colpa, memoria e responsabilità nelle generazioni successive alla Shoah. Il romanzo, pubblicato in Italia da Bonfirraro Editore, intreccia vicende familiari e interrogativi morali che attraversano la seconda e la terza generazione del dopoguerra.

    Sdomi, autore e musicista israeliano che vive a Rosh HaAyin, è stato per molti anni direttore amministrativo della The Israel Plectrum Orchestra e ha studiato arti visive in Italia. In occasione dell’uscita italiana del libro, ha rilasciato un’intervista a Shalom, ripercorrendo l’origine dell’idea narrativa, i temi centrali del romanzo e il suo legame personale e culturale con l’Italia.

    Come è nata l’idea iniziale del romanzo “Il caso del medico tedesco”?

    L’ispirazione iniziale per la stesura del romanzo nacque naturalmente dall’incontro sconvolgente con un medico tedesco dopo un concerto in Germania. Mi raccontò che, durante il suo breve periodo di studi in Israele, aveva donato il proprio seme per la fecondazione di donne ebree. In quel momento non riflettei sulle terribili implicazioni delle sue azioni: sembrava aver agito in buona fede, anche se con una lieve nota di cinismo. Tuttavia, avvertii sincerità nelle sue parole. Una mia amica tedesca, che aveva ascoltato in silenzio la conversazione, reagì con indignazione. Le spiegai che forse non rappresentava il donatore ideale per via delle sue origini, ma che si trattava pur sempre di un giovane convinto di aver compiuto una buona azione. Inoltre, secondo la legge ebraica, una donna ebrea può ricevere una donazione solo da un donatore non ebreo per evitare il rischio di mamzerut. La sua risposta fu perentoria: immagina una donna sopravvissuta ai campi di sterminio, che ha perso marito e figli, e che riceve una donazione proprio da lui. Il bambino che nascerà potrebbe essere discendente del padre del donatore tedesco. Sarebbe dunque, allo stesso tempo, discendente del carnefice e della vittima. Quel pensiero fu sconvolgente. Più tardi compresi che la concezione genetica pseudoscientifica alla base della teoria razziale nazista aveva operato anche in direzione opposta: la creazione della cosiddetta “razza dei signori”, il progetto Lebensborn. Tra quindicimila e ventimila bambini nacquero nell’ambito di quel programma. Dopo la guerra molti furono emarginati e maltrattati. La decisione definitiva di scrivere il romanzo maturò dopo aver visto il film del regista israeliano Hanokh Ze’evi, Hitler’s Children, in cui i figli dei più alti dirigenti nazisti raccontano il loro rifiuto di avere figli per non trasmettere quel sangue. Al contrario, il medico con cui avevo parlato era convinto di portare nel proprio seme una forma di redenzione. C’è poi anche un elemento di grande attualità: oggi l’intelligenza artificiale e la genetica stanno trasformando il DNA in un codice sempre più manipolabile. Ci si deve chiedere se concetti come morale, emozione e responsabilità potranno un giorno essere ridotti a sequenze di numeri. Io non ho una risposta. E forse nessuno ce l’ha.

    Quali sono i temi principali del romanzo?

    I temi principali sono la responsabilità e la colpa. In molta letteratura sulla Seconda guerra mondiale il male nazista è rappresentato – giustamente – come assoluto, mentre la vittima appare totalmente impotente. Nel mio romanzo parlo invece della seconda generazione, innocente da ogni colpa. Il dottor Wilhelm, che aiuta a fecondare donne ebree con il proprio seme, sembra agire mosso da un profondo senso di colpa per i crimini del padre. Dedica il proprio patrimonio, il proprio tempo e la propria vita all’espiazione. Ma cosa accade alla terza e alla quarta generazione dei tedeschi? Portano forse la colpa dei loro padri? La risposta è chiaramente no. Tuttavia, esiste una responsabilità: quella di impedire che simili atrocità possano ripetersi. Nel romanzo emergono anche altri due temi fondamentali: la fede e l’eresia. Sono incarnati da due personaggi ebrei sopravvissuti ai campi, il dottor Goldstone, procuratore generale dello Stato di New York, e sua moglie Ida, attrice. Goldstone vuole rompere ogni legame con D-o, convinto che lo abbia abbandonato. Ida, al contrario, rafforza l’educazione ebraica dei figli. L’ispirazione per questi personaggi nasce da una coppia ebrea polacca che abitava vicino a me. Durante la Guerra del Golfo aiutavo gli abitanti del palazzo a indossare le maschere antigas. Ida però rifiutava con rabbia: “Hanno già provato il gas su di me e non ci sono riusciti”.

    Che rapporto hai con l’Italia?

    Il mio legame con l’Italia è profondo e si sviluppa su diversi livelli. Da giovane ho studiato scultura e pittura classica nel Paese, entrando in contatto diretto con la sua tradizione artistica. Per oltre quattordici anni sono stato direttore amministrativo della The Israel Plectrum Orchestra, e in questo ruolo abbiamo partecipato a numerosi festival internazionali italiani grazie all’invito del professor Artemisio Gabrioli. Ogni volta che ci esibivamo per il pubblico generale cercavo sempre di organizzare anche un concerto per la comunità ebraica locale. La traduzione italiana del romanzo pubblicata da Bonfirraro Editore ha rafforzato ulteriormente i miei legami con amici italiani e con diverse comunità ebraiche: Roma, Venezia, Firenze, Milano e Pisa.

    Che significato ha per te la pubblicazione italiana del libro?

    Il romanzo è stato pubblicato in inglese da Simon & Schuster ed è stato tradotto anche in spagnolo e in ebraico, con prossime edizioni in ceco, turco, tedesco e portoghese. Tuttavia, provo un legame speciale con la versione italiana. Pur parlando italiano in modo elementare, come ebreo e israeliano sono orgoglioso di vedere il mio libro pubblicato nella lingua in cui hanno scritto grandi autori ebrei italiani come Primo Levi, Giorgio Bassani, Natalia Ginzburg e Italo Svevo. Spero davvero che il pubblico italiano possa accoglierlo con interesse.

    Ci sono nuovi progetti in vista per il futuro?

    Sì. Sto lavorando a un nuovo romanzo storico che racconta la storia di cento bambini ebrei fuggiti da Germania, Austria e Cecoslovacchia e salvati nel paese italiano di Nonantola, vicino a Modena, grazie al coraggio degli abitanti guidati dal parroco don Arrigo Beccari e dal medico Giuseppe Moreali, con l’aiuto dell’organizzazione ebraica italiana DELASEM. Ho scoperto questa vicenda dopo un concerto a Pordenone. In seguito, nacque anche un legame tra la città israeliana di Rosh HaAyin, dove vivo, e Nonantola. Chiesi al sindaco di creare un parco commemorativo in onore dei salvatori e, dopo tre anni, è stato inaugurato alla presenza del sindaco di Nonantola, dei rappresentanti delle famiglie dei salvatori e dell’ambasciatore d’Italia in Israele.

    Il romanzo “Il caso del medico tedesco” di Tsuriel Sdomi sarà presentato a Roma martedì 24 marzo 2026 alle ore 17:30 presso la Libreria Ebraica Kiryat Sefer, in via Elio Toaff 2, nell’ambito degli Appuntamenti con l’autore. Dialogheranno con lo scrittore Luca Spizzichino e Francesco Spartà, con un saluto istituzionale di Giacomo Moscati.

    CONDIVIDI SU: