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    Cultura

    Dietro a una scatola di pelle: la Meghillà di Rav Elio Toaff

    Tra poco festeggeremo Purim, la nostra festa ebraica più gioiosa, che ricorda il salvataggio nell’antica Persia da parte della Regina Ester e dello zio Mordechai del popolo ebraico dalla distruzione. Questa ricorrenza mi offre lo spunto per scrivere un articolo sulle Meghillot di Ester miniate conservate nel Museo Ebraico di Roma, considerate tra le più belle d’Italia, sia per le eleganti e raffinate decorazioni, sia per le dimensioni di alcune veramente minuscole, con difficoltà per la lettura, o altre monumentali, da lettura pubblica. Questi rotoli non sono solo testi sacri, ma veri capolavori di arte ebraica.
    Mentre mi accingevo ad esaminarle e a fotografarle, ne ho notata una chiusa in una scatola di pelle e ho chiesto di poterla esaminare. La storia della Meghillà che ho scoperto è affascinante e lega arte, storia personale e memoria comunitaria in modo davvero unico.
    Devo ringraziare la dott.ssa Lia Toaff, che non solo è una collaboratrice del Museo, ma anche la custode di una memoria famigliare, che ora diventa patrimonio collettivo, la quale mi ha spiegato che mi ritrovavo tra le mani un oggetto che appartenne a suo nonno, il Rav Elio Toaff, Z.L. Rabbino Emerito della Comunità Ebraica di Roma, grande figura carismatica, il quale l’aveva ricevuta in dono dall’antiquario Franco Di Castro. L’emozione che provai in quel momento fu grandissima.
    La pergamena è stata realizzata con la tecnica pittorica a tempera e inchiostro. Il testo della meghillà è disposto su 30 colonne inquadrate da motivi architettonici, consistenti in una trabeazione mistilinea poggiante su colonne.
    La trabeazione mostra reminiscenze dello stile Impero, mentre alcuni dettagli soprattutto nella trama delle palmette, rimandano allo stile neo-greco e neo-assiro. Le colonne slanciate, caratterizzate da una partitura geometrica policroma, si ispirano al medioevo, e in particolare all’arte cosmatesca.
    Tutto ciò consente di inquadrare cronologicamente la meghillà entro la seconda metà del XIX secolo, nell’ambito dell’Eclettismo, una corrente di gusto che ebbe diffusione assai vasta in tutto il mondo Occidentale. Questa diffusione fu resa possibile anche dalla pubblicazione di diversi libri, concepiti come repertori, nei quali venivano riprodotti insieme ornati di tanti stili differenti: il più noto fra loro fu la Grammar of Ornament di Owen Jones, pubblicato per la prima volta nel 1856.
    I colori impiegati nella decorazione della meghillà – verde e rosso aranciato su fondo bianco crema lasciato al naturale, che con il tempo ha assunto una patina ambrata – consentono di ipotizzare una sua esecuzione in ambito italiano, riel quadro delle aspirazioni risorgimentali che tanta diffusione ebbero anche nelle comunità ebraiche.
    L’impiego di colori bianco-rosso-verde con intenti simbolici di profondo coinvolgimento nelle vicende nazionali compare, d’altronde, in diverse ketubbot ottocentesche; altri abbinamenti frequenti nelle loro decorazioni sono il bianco-tosso-blu in omaggio alle armate napoleoniche, e il giallo-rosso in analogia allo stendardo capitolino.
    D’altronde, la stessa adozione dello stile eclettico da parte del giudaismo italiano ebbe tra le sue motivazioni il desiderio di emancipazione, e di interesse per le più aggiornate correnti culturali della nazione. Gli esiti più noti di tale fenomeno sono le sinagoghe di Roma e Firenze.
    Come Ester scoprì la sua missione nascosta, io ho “scoperto” una storia nascosta in una scatola. Purim ci insegna a cercare il miracoloso nel nascosto (Hester, il “nascondimento” è nella radice del nome Ester). Questa Meghillà è un miracolo di sopravvivenza, arte memoria e continuità famigliare.
    Che la lettura di questa e di tutte le meghillot sia gioiosa e piena di significato.

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