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    Cultura

    La mappà Zaddiq: arte, identità e giustizia nel Museo Ebraico di Roma

    Da sempre è una fortuna poter lavorare in un luogo dove l’arte e la cultura ebraica raccontano la storia e la ricchezza della comunità. Ogni giorno, attraversando le sale del Museo Ebraico di Roma, si ha la sensazione di entrare in un dialogo silenzioso con il passato, fatto di tessuti, argenti, manoscritti e simboli che custodiscono secoli di identità.

    Il museo conserva una collezione straordinaria di mappot — tessuti destinati a rivestire e proteggere il rotolo della Torah. La loro bellezza non smette di stupire ogni singolo visitatore. Ogni manto, ogni tessuto, ogni fascia racconta una storia; e i protagonisti di queste storie sono spesso uomini e donne dalle vicende intense, famiglie che attraverso un dono hanno voluto lasciare un segno tangibile della propria fede e del proprio legame con la comunità.

    Soffermandosi a riflettere sul senso del termine prettamente ebraico Tzedakà — giustizia, rettitudine — ci si trova davanti a un tessuto meraviglioso, finemente ricamato, esposto nella prima sala del museo: la mappà Zaddiq. Datata 1629-1630, è un dono di Shabatai Zaddiq e di suo fratello alla Scola Catalana, una delle storiche sinagoghe del Ghetto di Roma. Si tratta di un prezioso raso con ricami in seta oro e rossa. Al centro campeggia uno stemma incorniciato da nastri svolazzanti e foglie arricciate; vi è raffigurata una palma dalle radici forti e profonde, simbolo eloquente di un’identità ebraica salda e resistente.

    L’iscrizione ricamata aiuta a comprendere quanto sia profondo il significato del termine Zaddiq, “giusto”. Sulla mappà si legge: “La bocca del giusto contemplerà la saggezza”, versetto tratto dal libro dei Proverbi (10:31). La datazione stessa è ottenuta sommando i valori numerici delle lettere ebraiche che compongono il versetto, secondo l’antica tradizione della ghematria. Inoltre, dal passo biblico “Il giusto fiorirà come la palma” (Salmi 92:13), la famiglia Zaddiq trasse l’idea per creare il proprio stemma. Un raffinato gioco di parole: il cognome Zaddiq, in ebraico, significa proprio “giusto”.

    È qui che l’arte si intreccia con l’etica. Da un lato un oggetto liturgico di straordinaria fattura; dall’altro un messaggio inciso nel tessuto che rimanda a un concetto centrale dell’ebraismo: la giustizia come fondamento della vita religiosa e sociale. La Tzedakà, infatti, è molto più della semplice “carità”. La sua radice, tzedek, significa giustizia. Per questo non è considerata un atto facoltativo di generosità, ma un dovere morale e religioso, un gesto che arricchisce chi lo compie prima ancora di chi lo riceve. Dare a chi non ha non è un atto di benevolenza paternalistica: è ristabilire un equilibrio. Nell’ebraismo, la ricchezza non appartiene in modo assoluto all’uomo; egli ne è piuttosto custode e amministratore. L’atto di Tzedakà diventa quindi una forma di giustizia concreta, un modo per riconoscere la dignità e il diritto dell’altro. Fondamentale è proprio il rispetto di chi riceve: l’aiuto deve preservarne l’onore, mai umiliarlo.

    Guardando quella mappà del Seicento, colpisce pensare che attraverso un oggetto di culto si sia compiuto un vero atto di Tzedakà. Donando un tessuto così prezioso alla sinagoga, la famiglia Zaddiq non solo ha arricchito la Scola Catalana di un manufatto di straordinaria bellezza, ma ha trasformato il proprio nome — “giusto” — in un gesto concreto di giustizia. L’arte diventa così testimonianza viva di un principio etico. In fondo, ogni volta che si accompagna i visitatori davanti a quel ricamo dorato, si percepisce che non si sta osservando soltanto un’opera antica. Si sta leggendo una dichiarazione di valori. La palma dalle radici profonde continua a parlare, ricordando che la vera giustizia non è un concetto astratto, ma un impegno quotidiano. E che, talvolta, può essere custodita e tramandata anche attraverso la trama luminosa di un tessuto.

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