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    Cultura

    Freud, Jung e Sabina Spielrein: la frattura che cambiò la psicoanalisi

    Amicizia, rivalità teoriche e l’ombra dell’antisemitismo: la rottura del 1913 tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung racconta non solo la nascita di due scuole di pensiero, ma anche le tensioni culturali dell’Europa del primo Novecento. Il 1913 segna uno spartiacque nella storia della psicoanalisi. In quell’anno si consuma la rottura definitiva tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, due figure che fino a poco tempo prima avevano condiviso un intenso rapporto scientifico e personale. La separazione viene spesso raccontata come uno scontro teorico: divergenze sull’interpretazione dell’inconscio, sul ruolo della sessualità, sulla dimensione simbolica dell’esperienza psichica. Ma dietro la frattura si muoveva qualcosa di più complesso. Il saggio dello psicoanalista e studioso David Meghnagi, “Freud, Jung, Sabina Spielrein e la faccenda nazionale ebraica” (Bollati Boringhieri), ricostruisce quella vicenda mostrando come, accanto alle dispute scientifiche, pesassero anche questioni identitarie e culturali che attraversavano il continente europeo di inizio Novecento.

    Quando Freud incontra Jung, all’inizio del secolo, intravede in lui molto più di un brillante collega. Il fondatore della psicoanalisi sa bene che la sua teoria nasce in un contesto attraversato da forti pregiudizi antisemiti. Freud è un ebreo assimilato e dichiaratamente ateo, ma non ignora il rischio che la psicoanalisi venga percepita come una disciplina confinata al mondo ebraico dell’Europa centrale, una sorta di “faccenda nazionale ebraica”. Per questo guarda con favore alla figura di Jung. Svizzero, protestante e culturalmente distante dall’ambiente viennese, appare come il candidato ideale per dare alla psicoanalisi un respiro internazionale. Nel 1910 Freud ne favorisce l’elezione alla presidenza della International Psychoanalytical Association, affidandogli di fatto la guida del movimento. Jung diventa così l’erede designato della psicoanalisi.

    Quell’investitura, tuttavia, portava con sé una contraddizione. Nel pensiero di Jung erano presenti riflessioni controverse sull’ebraismo, che tendevano a interpretare la cultura ebraica come portatrice di una psicologia distinta, radicata in una differenza di tipo quasi “razziale”. Idee che, in un clima europeo già segnato dalla diffusione dell’antisemitismo, rischiavano di alimentare stereotipi e incomprensioni. Il confronto con Freud si fa sempre più teso. Le divergenze teoriche si intrecciano con queste questioni culturali e identitarie. La rottura del 1913 non segna soltanto la nascita di due diverse tradizioni psicoanalitiche. Diventa anche il simbolo di una frattura più ampia, quella di un continente attraversato da tensioni sempre più radicali. Come osserva Meghnagi, la scissione del movimento psicoanalitico coinvolse in realtà poche decine di persone. Eppure, finì per riflettere il clima di ostilità che avrebbe segnato l’Europa negli anni successivi, fino alla tragedia dell’ascesa del nazismo. Tra Freud e Jung si colloca una figura a lungo rimasta nell’ombra della storia: Sabina Spielrein. Giunta giovanissima in Svizzera come paziente della clinica dove lavorava Jung, Spielrein intraprende con lui una relazione complessa, che intreccia dimensione terapeutica, passione sentimentale e confronto intellettuale. Da quell’esperienza nascerà una carriera scientifica sorprendente. Sabina diventerà infatti una delle prime donne psicoanaliste e una studiosa originale, le cui intuizioni teoriche anticipano alcune riflessioni fondamentali sulla pulsione distruttiva.

    In seguito, entrerà in contatto con Freud e verrà accolta nel gruppo viennese. La sua posizione resterà però sempre ambivalente: testimone privilegiata della nascente psicoanalisi, ma anche figura marginalizzata in un ambiente dominato da dinamiche fortemente maschili. Il suo Diario restituisce il ritratto di una donna sospesa tra riconoscimento intellettuale e isolamento, tra appartenenza al movimento e distanza critica dai suoi paternalismi. Attorno al conflitto tra Freud e Jung si muoveva un’intera generazione di psicoanalisti. Tra i protagonisti di quella stagione figurano Sándor Ferenczi, Karl Abraham e Ernest Jones, figure decisive nello sviluppo e nella diffusione della nuova disciplina. Un ruolo particolare spetta anche a Erich Neumann, tra i più originali allievi di Jung. Sarà proprio Neumann, negli anni successivi, a criticare apertamente le posizioni antisemite del maestro e la sua iniziale ambiguità morale di fronte al nazismo. La vicenda di Freud, Jung e Spielrein non è soltanto un capitolo della storia della psicologia. È il riflesso delle contraddizioni culturali di un’Europa che, nei primi decenni del Novecento, si trovava sospesa tra modernità e crisi delle identità. La nascita della psicoanalisi si intreccia così con le tensioni politiche e culturali del tempo. L’amicizia tra due grandi intellettuali si trasforma in rivalità, mentre una giovane studiosa emerge come figura ponte tra due mondi destinati a separarsi. Guardata oggi, quella frattura appare come un momento decisivo non solo per la storia della psicoanalisi, ma per comprendere l’atmosfera di un continente che stava lentamente avvicinandosi a uno dei passaggi più drammatici della sua storia.

    Il volume di Meghnagi “Freud, Jung, Sabina Spielrein e la faccenda nazionale ebraica” offre una ricostruzione documentata e allo stesso tempo coinvolgente di questa vicenda. Attraverso lettere, diari e testimonianze dei protagonisti, l’autore restituisce non solo il conflitto tra due grandi pensatori, ma anche il contesto culturale e politico che lo rese inevitabile. Il libro si legge come un viaggio dentro la nascita della psicoanalisi e dentro le tensioni dell’Europa del Novecento. Una lettura preziosa per chi vuole comprendere meglio non solo la storia delle idee, ma anche le fragilità umane e le contraddizioni culturali che spesso accompagnano le grandi rivoluzioni intellettuali.

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