Skip to main content

Ultimo numero Settembre – Ottobre 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    ISRAELE

    Vincono gli arabi e Netanyahu; perdono il “fronte del cambiamento” e i sondaggisti

    I voti arabi
    Passando dagli exit polls ai risultati dello scrutinio, le tendenze emerse ieri notte nelle elezioni parlamentari israeliane contro tutte le previsioni si sono rafforzate e precisate in maniera irreversibile. Al momento in cui scrivo è stato scrutinato quasi l’85% delle schede, mancano quasi solo le “doppie buste”, cioè i voti di coloro che, per giustificati motivi, non sono potuti andare al proprio seggio (malati in ospedale, diplomatici all’estero, soprattutto militari in servizio), voti che in genere premiano il centrodestra. Il primo dato e il più clamoroso è la grande crescita dei seggi dei partiti arabi, che passano da 10 a 17 (su 120). È un dato corrispondente al peso demografico della minoranza araba, che di solito votava poco. Durante le elezioni sono emersi alcuni gravi episodi di corruzione in questo ambito, con buste piene di denaro passate nelle mani degli elettori nei seggi beduini. Ma il dato politico è chiaro: la minoranza araba si è impegnata a far sentire il proprio peso politico, cercando di essere determinante nel rovesciamento di Netanyahu.

    La vittoria di Netanyahu
    In questa prospettiva però molto probabilmente il voto arabo ha fallito. La seconda tendenza, infatti, è la vittoria di Netanyahu, contro tutte le previsioni dei sondaggi. Il suo partito, il Likud, si è confermato primo gruppo alla Knesset e ha sconfitto alla grande, 27 seggi contro 22, il secondo partito, quello che i sondaggisti davano per vincitore, Yashar! di Eisenkot. Anche la coalizione dei partiti che sostengono il governo attuale ha sconfitto nettamente (54 a 49) il “blocco del cambio”. Nel dettaglio, da un lato ai partiti charedim vengono attribuiti 14 seggi e i sionisti religiosi 13; dall’altro, la sinistra dei “Democratici” ha 8 seggi, uno in più di Yisrael Beitenu di Lieberman; la lista Beyachad di Bennett e Lapid ne ottiene 12. Anche gli esiti delle liste alleate di Yashar! sono fortemente deludenti. Vale la pena di ripetere che questi risultati possono ancora variare di qualche unità, per via dei voti da scrutinare, ma difficilmente il loro senso sarà smentito. Sconfitti, dunque, nonostante le tirate retoriche, i gruppi di opposizione e sconfitti soprattutto i sondaggisti e i giornalisti che per settimane ci hanno raccontato una realtà virtuale, frutto più delle loro convinzioni e speranze che delle tendenze reali.

    Le opzioni dell’opposizione
    A questo punto si possono valutare in maniera più realistica le opzioni politiche che escono da questi risultati. Nessun blocco ha la maggioranza di 61 voti richiesti. Lo schieramento di opposizione, essendo così limitato, non ha neppure la possibilità di costituire un governo di minoranza, anche se, come ha proposto il leader dei Democratici, Golan, cercasse l’appoggio della lista conservatrice Ra’am, che pure è espressione della Fratellanza Musulmana. Ci vorrebbe quello determinante della “lista unita”, l’altro partito arabo duramente antisraeliano, il cui capolista è stato espulso dalle elezioni per il suo appoggio esplicito al terrorismo, come pure diversi altri esponenti che sono stati processati o fuggiti all’estero per reati come lo spionaggio a favore di Hezbollah. Difficile che in tempi di guerra, in una Knesset in cui non mancano anche nello schieramento di opposizione parenti prossimi delle vittime di Hamas, possa passare una soluzione del genere. Essa comunque non sarebbe in grado di prendere le decisioni fondamentali di sicurezza e cadrebbe presto, dovendo affrontare nelle elezioni successive l’accusa di aver collaborato coi nemici di Israele. Altrettanto improbabile è l’alleanza fra il “fronte del cambiamento” e i partiti charedim che alcuni vagheggiano. Con una maggioranza minima, essa dovrebbe concedere quell’esenzione alla leva dei giovani studenti delle scuole talmudiche contro cui l’opposizione ha condotto una polemica incessante. Anche in questo caso è facile prevedere fragilità e dissensi interni.

    Le possibilità di governo con il Likud
    Più numerose e promettenti sono le alternative che comprendono il Likud. Basterebbe che alla coalizione attuale si unisse il partito di Lieberman, che le è omogeneo sul piano della sicurezza, oppure Beyachad (anche solo la fazione di Bennett, che si proclama ancora di destra e avrà 7 seggi) o entrambi, per ottenere una maggioranza. Oppure potrebbe esservi una grande coalizione senza gli arabi e le ali estreme (escludendo cioè Democratici, almeno parte dei Sionisti religiosi e charedim) che disporrebbe di almeno 64 seggi, magari con un’alternanza nella posizione di Primo Ministro fra Netanyahu e Eisenkot. Questo sembra essere lo scenario preferito del presidente Herzog, che deve dare l’incarico di governo.

    Il senso internazionale delle elezioni
    Infine, si prospetta un ritorno alle urne entro aprile prossimo, molto probabilmente con il governo attuale prorogato. È presto per fare previsioni, il sistema politico israeliano è molto complesso e dominato da personalismi che condizionano anche i rapporti fra i partiti. Una cosa è certa: la notizia di uno sconvolgimento politico in Israele e della fine della carriera di Netanyahu era grandemente esagerata. A parte l’opposizione araba, che si contrappone complessivamente allo Stato di Israele e non solo al governo attuale, il popolo ebraico di Israele ha mostrato di preferire Netanyahu ai suoi concorrenti e di volere con lui soluzioni nette alla guerra in corso, tanto a Gaza e in Libano quanto con l’Iran. Ciò dovrebbe far riflettere quanti in Europa o nella sinistra americana pensavano che la soluzione della crisi mediorientale iniziata il 7 ottobre 2023 consistesse nella rimozione del Primo Ministro. Israele è ben deciso a difendersi e a non consentire che qualcuno tenti di ripetere il 7 ottobre.

     

    Foto: Shlomo Spitzer / Wikimedia Commons – CC BY 2.5

    CONDIVIDI SU: