
Il popolo ebraico rappresenta circa lo 0,2% della popolazione mondiale: su oltre 8 miliardi di persone, gli ebrei sono circa 16 milioni. Eppure, nonostante la ridotta consistenza numerica, la presenza ebraica ai vertici della ricerca scientifica è stata storicamente molto significativa. Una quota rilevante dei premi Nobel — e, più in particolare, di quelli assegnati nelle discipline scientifiche — è stata infatti attribuita a studiosi ebrei. Un dato che ha spesso suscitato domande sulle ragioni di una simile concentrazione di eccellenze, in ambiti dove il talento viene valutato con criteri estremamente selettivi.
L’idea che ciò possa dipendere da fattori genetici non trova solide basi razionali. Le differenze tra gruppi umani, infatti, non possono essere spiegate attraverso il concetto di “razza”, e le capacità intellettuali non sono distribuite secondo categorie etniche rigide. Piuttosto, come provo a mostrare in un mio recente saggio (‘Gli ebrei e la cultura’), l’elevata presenza di scienziati ebrei sembra essere il risultato di fattori culturali: un ambiente che per secoli ha attribuito un valore straordinario alla riflessione e alla ricerca della conoscenza.
Nella tradizione ebraica lo studio ha sempre avuto un ruolo centrale. Già molti secoli prima di Gesù, avvicinarsi personalmente ai testi sacri rappresentava un elemento fondamentale della vita (religiosa e poi inevitabilmente culturale). Le sinagoghe non sono soltanto luoghi di preghiera, ma anche spazi di apprendimento. In un mondo antico caratterizzato da un analfabetismo molto diffuso, ciò costituiva un elemento profondamente innovativo.
A questo si aggiunge un aspetto determinante: la grande importanza attribuita al dubbio, alle domande e quindi alla discussione. La cultura ebraica ha spesso incoraggiato il confronto tra interpretazioni diverse, anche su questioni fondamentali. La tradizione del dibattito nasce dalla convinzione che la comprensione passi attraverso l’analisi, il confronto e l’esercizio della ragione. Il filosofo Abraham Joshua Heschel definiva il giudaismo una tradizione caratterizzata da “una passione per la ricerca razionale della verità”. E un proverbio yiddish recita: “Si dovrebbe vivere se non altro per soddisfare la propria curiosità”. E queste attitudini presentano sorprendenti punti di contatto con il metodo scientifico moderno, che non si fonda su una autorità indiscutibile che stabilisce la Verità, ma sulla capacità di mettere continuamente – e con passione! – alla prova ipotesi e teorie.
La scienza ha infatti progressivamente abbandonato l’idea di una conoscenza assoluta e immutabile. Dalla fisica moderna fino all’intelligenza artificiale più recente, l’incertezza, la probabilità e l’aggiornamento continuo delle ipotesi sono diventati elementi fondamentali per descrivere il mondo. La verità scientifica è un processo mai concluso: una costruzione che si corregge attraverso l’osservazione, il dubbio, il confronto. Lo stesso Albert Einstein, in una lettera ad un amico, scrisse che “l’obbedienza cieca all’autorità è il più grande nemico della verità“.
Si racconta spesso che una delle parole chiave della Torah sia legata all’idea del “cercare”. Al di là della precisione linguistica di questa interpretazione, il concetto esprime bene un atteggiamento profondamente radicato: il sapere come percorso, non come possesso definitivo.
Forse anche da qui nasce il celebre detto secondo cui “due ebrei, tre opinioni”: una battuta che richiama una caratteristica culturale, cioè la tendenza a discutere per cercare spiegazioni più profonde.
Nell’ebraismo troviamo dispute perfino con Dio, del resto. Nel momento più drammatico della crocifissione, finanche Gesù — ebreo come Maria, Giuseppe e tutti gli apostoli — pronuncia parole che un vero cristiano non potrebbe mai neppure concepire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
È proprio questo culto dello studio e del confronto quindi ad aver creato un terreno culturale particolarmente favorevole allo sviluppo di un vero e proprio amore per la scienza. Non un “talento innato” segnatamente diffuso tra gli ebrei (predisposizione comunque presente nel singolo studioso che ottiene un Nobel!) dunque, ma una storia secolare di trasporto verso la corretta conoscenza.
Foto tratta dalla copertina del libro “Gli ebrei e la cultura” di Paolo Agnoli, Gruppo Albatros Il Filo













