
Il 25 Aprile quest’anno coincide con Shabbat, per questo non parteciperemo alle celebrazioni a Roma nel giorno della Liberazione.
Shabbat è un vincolo religioso e identitario che ci definisce per quello che siamo, individualmente e come Comunità. Proprio questa coincidenza, però, non è solo un impedimento, ma un richiamo a fermarci. A sottrarci al rumore delle piazze, reali e mediatiche. A restituire alla ricorrenza il suo significato più autentico. A dare peso alla memoria, alla Storia, ai valori nei quali è radicata la nostra comunità. Non è un’assenza, perché anzi saremo presenti con la forza del nostro silenzio.
Per noi, il 25 aprile segna concretamente la fine della clandestinità, della paura quotidiana, dell’arbitrio che decideva chi far vivere e chi no. Chiude la stagione delle leggi razziste e del rastrellamento del 16 ottobre 1943, quando i nostri familiari furono strappati alle loro case e deportati. È il giorno in cui si torna alla luce con una consapevolezza dura e irreversibile: molti non faranno ritorno.
Questa è la Liberazione per noi. Non una parola vuota o un contenitore da riempire ogni volta con contenuti diversi. Non un terreno per battaglie dell’oggi, magari con la pretesa di rovesciare, distorcere o negare la verità e la Storia, trasformando vittime ed eroi in carnefici. È esperienza vissuta, con ferite che restano aperte e attraversano le generazioni. Una frattura reale nelle vite delle persone. Per questo chiediamo rispetto e rigore. Quella memoria non può essere diluita, né sovrapposta ad altro.
Negli ultimi anni, il 25 aprile ha preso una direzione diversa. È diventato un luogo dove si accumulano rivendicazioni, parole d’ordine, cause che nulla hanno a che fare con la sofferenza delle vittime reali del nazi-fascismo. Tutto si mescola, tutto viene ricondotto a un’unica scena. Ma quando tutto rientra, e realtà come la Brigata Ebraica vengono espulse, il senso si perde, la linea che separa chi ha difeso la libertà da chi l’ha negata si fa incerta. È una deriva che non rafforza la memoria: la svuota, la inquina.
Gli ebrei italiani non devono dimostrare il loro legame con il 25 Aprile. Lo hanno scritto nelle persecuzioni subite, nelle vite e nelle famiglie distrutte, nella partecipazione alla Resistenza, nella Liberazione a cui la Brigata Ebraica ha dato un contributo importante, nella ricostruzione morale e materiale del nostro Paese. È una memoria che non ha bisogno di essere esibita, ma custodita e condivisa. E custodire significa anche saper dire no. Significa non accettare che tutto si tenga, tutto si equivalga.
Lo ha ricordato il Rabbino Capo di Roma, Rav Riccardo Di Segni, nei giorni scorsi a San Severino Marche dove la sua famiglia trovò rifugio durante l’occupazione e dove il padre, Mosè Di Segni, partecipò attivamente alla Resistenza. Lo ha sottolineato parlando della “protezione silenziosa”: una rete di solidarietà che non cercava visibilità, ma salvava vite. Quel silenzio era l’opposto di un’assenza: era responsabilità, era azione. E a San Severino Marche andrà, il 25 Aprile, il Presidente Mattarella.
In quel ricordo c’è una lezione attuale. In un tempo in cui tutto viene gridato e amplificato, il silenzio torna a contare. SiyEg la-chokhmah shetikah. “Il silenzio è una siepe per la sapienza”. Protegge, delimita, dà forma. La memoria non è un corteo. È presa di coscienza. La Liberazione non è uno spazio da riempire, ma una linea che separa la verità dalle sue deformazioni.
Quando tutto fa rumore, il silenzio diventa motivo di orgoglio.
Celebreremo in silenzio il 25 Aprile per ciò che rappresenta davvero per noi ebrei di Roma: la fine delle persecuzioni, la Liberazione per la quale abbiamo combattuto come italiani. A Porta San Paolo, dove oggi talvolta si dimentica e si nega la Storia, vi furono anche gli ebrei italiani a difendere, disperatamente, la nostra città, Roma. E non smetteremo mai di raccontare e condividere il significato e la vera storia della Liberazione. Anche se non saremo a Porta San Paolo, non lasceremo, neanche stavolta, che prevalga la menzogna sulla verità.
Saremo in quel silenzio che non cancella, ma custodisce. Perché la libertà ha bisogno di essere riconosciuta, difesa, vissuta. E talvolta, per essere davvero compresa, ha bisogno di un silenzio che può essere assordante.
Victor Fadlun, Presidente della Comunità Ebraica di Roma















