
Uno dei divertissement di alcune redazioni è quello di rispolverare i più micidiali stereotipi antisemiti e metterli in prima pagina, talvolta anche in copertina. Una manipolazione spericolata delle coscienze, costruita con un’attenta ingegneria della percezione, che si spaccia per dovere di informare.
È una consuetudine dei tempi che corrono, ormai sembra non esserci neanche più la necessità di nascondersi dietro la foglia di fico della satira. Sbatti il mostro in prima pagina, se ha le fattezze di un ebreo religioso, con indosso kippah e peoth, tanto meglio. L’ultima copertina del settimanale l’Espresso fa riflettere in questo senso: ci si chiede quale sia il reale intento di piazzare una immagine di un presunto persecutore, ebreo ovviamente, munito di uno smartphone pronto a riprendere, che deride e umilia una donna araba. Non ci sono più limiti a tanta spregiudicatezza, che va incontro ai desiderata di un certo pubblico. Gli esempi del passato remoto sono tanti, le copertine dei giornali di un’epoca non così lontana, hanno contribuito operosamente al cataclisma della Storia, anche se il mostro designato in quelle immagini non era munito di strumenti tecnologici. Ma la sovrapposizione ebreo-carnefice è proprio la stessa di allora. Eppure oggi c’è di più: ci sono i commenti, degni di chi chiama alle armi per un pogrom, che fanno accapponare la pelle e puntano il dito contro il male da estirpare e che è sempre l’ebreo. I commenti antisemiti sono un altro divertissement che non conosce limiti. Siamo lontani anni luce dalla critica al governo israeliano, ma ci troviamo immersi nelle paludose e torbide acque del pregiudizio e dell’antisemitismo. “Quanto sono brutti!” (gli ebrei naturalmente) commenta un utente sui social, contribuendo ad uno scroscio di insulti irripetibili. Ciò avviene proprio nei giorni della ricorrenza di Yom HaShoah, e forse questo è un bene. Perché oltre a ricordare dove si è arrivati, non dimenticheremo neanche come tutto è iniziato.















