
Un gruppo di studenti di una scuola tedesca in Albania ha riportato all’attenzione una pagina poco conosciuta della Shoah, riscoprendo il ruolo decisivo che il piccolo Paese balcanico ebbe nel salvare centinaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Questa vicenda, pur poco nota, è stata già al centro di analisi storiografiche, libri, mostre, riconoscimenti di “Giusti tra le Nazioni”, ma adesso viene rivitalizzata da un progetto studentesco che si dedica a questa vicenda.
Attraverso un percorso di studio e ricerca, i ragazzi si sono imbattuti nel significato profondo della “besa”, il codice d’onore tradizionale albanese che spinse intere famiglie a proteggere gli ebrei, mettendo a rischio la propria vita. Una scoperta che li ha portati a confrontarsi con una storia sorprendente e spesso marginalizzata nei manuali.
Durante la Shoah, mentre gran parte dell’Europa era travolta dalle deportazioni e dallo sterminio, l’Albania rappresentò infatti un’eccezione. Qui non solo la popolazione ebraica non fu annientata, ma aumentò grazie all’arrivo di profughi in fuga dalle persecuzioni naziste. Nonostante il Paese fosse sotto occupazione italiana (dal 1939) e poi tedesca (dopo l’8 settembre 1943), e dunque formalmente inserito nel sistema delle leggi razziali, nella pratica non si arrivò a deportazioni sistematiche, anche grazie alla protezione diffusa della popolazione locale.
La “besa”, parola che può essere tradotta come “promessa” o “impegno sacro”, rappresenta uno dei pilastri della cultura albanese. Significa offrire protezione a chi è in pericolo, senza tradire la fiducia accordata. In nome di questo principio, musulmani e cristiani albanesi nascosero migliaia di ebrei, ospitandoli nelle proprie case o aiutandoli a procurarsi documenti falsi.
I numeri raccontano una realtà quasi unica nel panorama europeo: pur trattandosi di una comunità numericamente limitata, alla fine della guerra gli ebrei presenti in Albania erano più di quelli che vi risiedevano prima del conflitto. Molti erano fuggiti da Paesi vicini come Germania, Austria e Jugoslavia, trovando rifugio in un territorio che seppe opporsi, nei fatti, alla logica della persecuzione.
Il lavoro degli studenti ha permesso di raccogliere testimonianze, storie familiari e documenti, offrendo uno sguardo nuovo su questa vicenda. Per molti di loro si è trattato di una scoperta inattesa: in un contesto europeo segnato dalla collaborazione con il nazismo, l’Albania rappresenta un caso quasi unico di solidarietà diffusa.
Non si trattò di atti isolati di eroismo, ma di un comportamento condiviso, radicato in una cultura che considerava l’ospitalità e la protezione dell’altro come un dovere morale. Oggi, mentre le nuove generazioni si confrontano con il peso della memoria della Shoah, esperienze come questa dimostrano come il passato possa ancora offrire esempi concreti di umanità, coraggio e responsabilità.














