
“E’ la migliore nel raggio di un chilometro dal confine”. Con queste parole Daniel Dorfman, proprietario di ‘Ayuni Pizza Bar’, definisce con orgoglio la sua pizzeria a Metula, un piccolo kibbutz a poche centinaia di metri dal confine tra Israele e Libano.
Dorfman aveva appena riaperto le porte del locale, quando è scoppiato un nuovo conflitto. Nelle ultime settimane, infatti, Hezbollah ha intensificato gli attacchi, riportando paura e tensione nelle comunità del nord. “È stato un colpo dopo l’altro: prima il Covid, poi il 7 ottobre, la guerra con Hezbollah e ora questo. Come posso sperare di resistere?”, racconta al Jerusalem Post.

Eppure, ‘Ayuni Pizza Bar’ resta aperta. Tra le esplosioni e l’assenza di sistemi di allerta capillari, a Metula la vita continua. I residenti escono, fanno acquisti, mantenendo una parvenza di normalità, sebbene con ritmi ridotti.
A differenza di quanto accaduto dopo il 7 ottobre 2023, quando venne ordinato di evacuare la zona, oggi molti abitanti del nord scelgono di restare. Una decisione dettata anche dal desiderio di non abbandonare nuovamente le proprie case e di sostenere la comunità in un momento critico. “Restare è difficile e fa paura, ma è anche un modo per rafforzare la comunità”, ha spiegato Asaf Artal dell’organizzazione IsraAID, impegnata nel supporto alle aree di confine.
Metula, come altri kibbutz al confine, ha subito danni significativi durante gli scontri. Numerosi edifici sono stati colpiti e, secondo fonti locali, solo una parte degli abitanti è rientrata dopo il cessate il fuoco del novembre 2024.
Oggi una parte importante dell’attività di Dorfman consiste nella consegna di pizze ai soldati di stanza nelle basi vicine. Con la mobilitazione di migliaia di riservisti, il pizzaiolo intravede persino nuove opportunità. E, con speranza e un pizzico di ironia, guarda oltre il confine: “Quando tutto questo finirà, sarei felice di consegnare anche in Libano. Un po’ di lavoro in più non guasterebbe”.














