
La visita all’ex a Ghetto di Cracovia con i resti del muro che lo circondava, la Piazza degli Eroi del Ghetto con le decine di sedie vuote e la visita ai campi di sterminio di Birkenau ed Auschwitz 1 sono state le tappe, in ordine cronologico, del Viaggio della Memoria di quest’anno a cui hanno partecipato più di 130 studenti delle Scuole superiori di Roma e Provincia ed il primo senza la partecipazione dei Testimoni sopravvissuti all’orrore.
Questa non è stata una semplice uscita didattica ma un passaggio di coscienza, un incontro diretto con la catastrofe della Shoà e della sua unicità nella Storia.

Gli studenti, che hanno studiato la Shoà sui libri di storia, si sono trovati improvvisamente immersi in un luogo reale dove la Judenramp, i resti dei crematori, le baracche sono diventati testimonianza. Una di loro ha espresso questo concetto molto chiaramente sostenendo che hanno visitato i luoghi reali e che calpestando la polvere del campo si è potuta immedesimare nel dolore e nelle sofferenze patite dai prigionieri. Hanno affrontato il percorso con un’attenzione composta percependo chiaramente di dover dare rispetto assoluto al luogo in cui si trovavano.

Il silenzio dei ragazzi ha accompagnato i percorsi per tutto il tempo: nessuno si è distratto, tutti molto concentrati nell’ascoltare i racconti e le spiegazioni di Marcello Pezzetti. Ho visto visi tristi, assorti nell’ascolto. Davanti alle macerie di uno dei forni crematori, il suono dello Shofar magistralmente eseguito da Rav Colombo, che lo ha preceduto da una spiegazione che ha associato i tre diversi suoni al dolore, alla paura ed al tremore, ha lasciato tutti i presenti ammutoliti in un silenzio carico di significato, il silenzio di chi ha capito che quel luogo ha visto dolori strazianti, identità cancellate, vite spezzate. Un suono che, come ha detto il Presidente Fadlun, rimbombava con il cuore che andava a pezzi.
Gli stessi sguardi tristi e smarriti li ho visti davanti alle vetrine contenenti gli oggetti appartenuti ai prigionieri: i talledot, le montagne di scarpe, di occhiali, di protesi, di valigie con i nomi dei proprietari e i capelli delle donne.
L’attività didattica dell’ultima sera, organizzata da Marco Caviglia, mi ha fatto percepire che i ragazzi hanno elaborato interiormente l’esperienza: sono stati infatti divisi in gruppi e ad ogni gruppo sono state date le immagini dei luoghi visitati e di alcune vetrine del museo. Ogni gruppo doveva scegliere le cinque immagini che riteneva più significative e darne la motivazione. Ci sono state svariate risposte che hanno messo in luce le loro profonde riflessioni. Queste le immagini più citate:
- la Judenrampe che li ha fatti immedesimare nel percorso di uomini donne e bambini verso le camere a gas;
- la baracca dei bambini che erano destinati agli esperimenti dopo essere stati allontanati dalle loro madri e l’inganno a cui sono stati sottoposti dagli aguzzini ;
- la teca con i capelli delle donne, le ragazze in particolare come i capelli per una donna non sono solo un simbolo di femminilità ma esprimono anche l’identità dell’essere umano;
- la scritta “Arbeit macht frei” all’ingresso del campo ed hanno sottolineato la falsità perché è stato utilizzato un atto onorevole, il lavoro, per nascondere violenza e cattiveria assoluta.

I ragazzi, già ben preparati dai loro insegnanti, con questo percorso si sono resi conto della disumanizzazione a cui sono stati sottoposti i deportati, la sofferenza, l’umiliazione il dolore. Le loro reazioni dimostrano che i giovani, se accompagnati con sensibilità, sanno avvicinarsi alla memoria con maturità e consapevolezza e raccogliere il testimone per diventare i testimoni del futuro.















