
Quando Rosa Hacohen nacque, nell’estate del 1890, a Gomel, una città dell’Impero russo attraversata da tensioni politiche, povertà e discriminazioni, nessuno avrebbe potuto immaginare che la piccola sarebbe diventata una delle figure più significative nella storia del diritto e dell’emancipazione femminile d’Israele. Il padre, Mordecai ben Hillel Hacohen, era uno scrittore e intellettuale, in casa si discuteva, si leggeva, si rifletteva sul futuro del popolo ebraico in un’Europa che diventava ogni anno più ostile. Fin da giovane, Rosa imparò che le idee potevano essere potenti quanto le azioni, ma imparò anche qualcosa di altrettanto importante: che le donne erano spesso escluse da entrambi i campi. Nel 1907, la sua famiglia si trasferì in Erez Israel, era il periodo delle prime aliyoth, colme di idealismo, fatica e speranza; quel viaggio segnò l’inizio di una trasformazione profonda nella vita di Rosa.
Nel futuro stato d’Israele all’inizio del ’900 le opportunità erano poche e le difficoltà immense. Ma per Rosa quel nuovo contesto rappresentava la possibilità di contribuire alla costruzione di una società diversa. Fu qui che maturò la decisione che avrebbe definito tutta la sua esistenza: studiare legge, rivendicare il diritto di interpretare, applicare e persino cambiare le regole della società. Una scelta audace. Il diritto non era solo un campo maschile; era un territorio simbolico di potere.
Rosa si trasferì a Parigi per frequentare l’università, insieme a Shlomo Ginzberg, che sarebbe poi diventato suo marito. La Parigi dei primi del ‘900 era un crocevia di idee, movimenti politici e fermento culturale. Rosa si immerse nello studio del diritto con disciplina e determinazione, era una donna, ebrea, proveniente da una terra periferica, era consapevole che il suo successo non sarebbe stato solo personale. Nel 1913 conseguì il diploma in giurisprudenza. Dopo la Prima Guerra Mondiale, Rosa e Shlomo tornarono in Erez Israel, all’epoca sotto mandato britannico, e modificarono il loro cognome in Ginossar. Rosa era pronta per mettere in pratica ciò per cui aveva studiato e lottato ma la risposta delle autorità fu un categorico diniego. Quando Rosa chiese di sostenere l’esame di abilitazione per esercitare come avvocata, le venne risposto che la legge non prevedeva che una donna potesse farlo. Il termine giuridico usato per indicare l’avvocato era al maschile, e tanto bastava per escluderla. Non era ovviamente solo una questione linguistica, era un messaggio chiaro: quel mondo non era fatto per lei. Molti si sarebbero arresi. Rosa no. Per due anni combatté una battaglia legale, presentò ricorsi, fece appello alle autorità, mobilitò organizzazioni femminili e trasformò la sua esclusione in un caso pubblico. La sua lotta culminò nel 1930 quando la Corte Suprema stabilì che le donne avevano il diritto di esercitare la professione legale, fu una sentenza storica. Due giorni dopo, Rosa superò l’esame di abilitazione: per la prima volta, una donna entrava nei tribunali non come imputata, non come testimone, ma come avvocato.
Aprire uno studio legale a Gerusalemme, negli anni Trenta, significava esporsi a un ambiente ostile: Rosa era spesso l’unica donna in aula, osservata con scetticismo, talvolta con aperto disprezzo. Scelse di difendere chi aveva meno voce: immigrati, donne, bambini, la sua pratica giuridica non fu mai neutrale, era guidata dalla convinzione che la legge dovesse servire la giustizia, non il potere. Nel suo lavoro quotidiano, Rosa dimostrò che la presenza femminile nel diritto non era un’eccezione tollerata, ma una risorsa indispensabile.
Parallelamente alla carriera legale, Rosa entrò far parte della Women’s International Zionist Organization -WIZO, l’organizzazione impegnata nel miglioramento delle condizioni di vita delle donne e dei bambini. Con la WIZO Rosa costruì reti internazionali di solidarietà femminile, viaggiò, organizzò, parlò in pubblico era pragmatica e profondamente etica. Gli anni successivi assunse ruoli sempre più importanti, fino a diventare presidente mondiale della WIZO. Sotto la sua guida, WIZO non fu solo un ente assistenziale, ma un laboratorio di emancipazione, dove le donne imparavano a essere protagoniste della vita sociale e politica.
Rosa vide la nascita dello Stato di Israele: aveva contribuito, in modo silenzioso ma decisivo, a gettare le basi di una società in cui le donne potevano aspirare a ruoli pubblici, professionali e politici. Nel 1974, Gerusalemme le conferì la cittadinanza onoraria: un riconoscimento simbolico ma profondamente significativo: la città che l’aveva vista lottare per essere accettata la riconosceva come una delle sue figure fondatrici.

Rosa è morta nel 1979 ma la sua eredità continua a vivere. Vive nei tribunali dove le donne esercitano la professione legale senza dover giustificare la propria presenza. Vive nelle organizzazioni che promuovono i diritti civili. Vive in ogni battaglia combattuta non con la forza, ma con l’intelligenza e la perseveranza. La sua storia ci insegna che il cambiamento non avviene sempre attraverso rivoluzioni spettacolari, che il coraggio più duraturo è spesso quello che si esercita giorno dopo giorno, contro regole ingiuste, con pazienza e determinazione.
Raccontare oggi la sua storia non significa solo ricordare una pioniera del diritto nello Stato d’Israele ma riconoscere uno dei valori fondanti dell’unica democrazia del Medio Oriente.
Photo credits: Jewish Women’s Archives, The David B. Keidan Collection of Digital Images from the Central Zionist Archives, WIZO Archive















