
A oltre quarant’anni dall’attentato del 9 ottobre 1982 al Tempio Maggiore di Roma, la Procura della Repubblica ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone, per le quali si ipotizza la corresponsabilità nell’azione terroristica. Per loro si apre ora la possibilità di un processo.
L’attacco, compiuto al termine della funzione di Shabbat e della festività di Sheminì Atzeret, costò la vita al piccolo Stefano Gaj Taché, di appena due anni, e provocò il ferimento di decine di persone. Il commando di terroristi, legato all’organizzazione terroristica guidata da Abu Nidal, lanciò bombe a mano ed esplose raffiche di armi automatiche contro i fedeli in uscita dalla sinagoga, lasciando una ferita profonda nella comunità ebraica romana e nel Paese.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’azione si inseriva in una più ampia strategia terroristica internazionale. Le indagini, riattivate sulla base di nuovi elementi emersi anche in Francia, hanno evidenziato collegamenti con l’attentato del 1982 al ristorante kasher gestito da Jo Goldenberg a Parigi, riconducibile alla stessa organizzazione.
L’inchiesta, condotta dalla Digos e dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione, in collaborazione con l’autorità giudiziaria francese, ha permesso di ricostruire ruoli e responsabilità all’interno della rete terroristica, tra pianificazione, supporto logistico ed esecuzione operativa.
Tra gli indagati figurano soggetti di origine palestinese, alcuni dei quali già coinvolti in procedimenti legati ad altri attentati della stessa matrice.
La chiusura delle indagini rappresenta una svolta giudiziaria attesa da decenni. Si riapre oggi la prospettiva di un accertamento pieno delle responsabilità per uno degli attentati più gravi della storia repubblicana.
“Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità”, dichiara il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun. “Per troppo tempo la verità è rimasta ostacolata da silenzi, protezioni e ambiguità che non possono essere accettati. Oggi si compie un passo avanti, ma resta il dovere di andare fino in fondo. Chiediamo che la ricerca della verità prosegua senza esitazioni e che tutti i responsabili vengano finalmente portati davanti a una corte di giustizia. È un diritto delle vittime e delle loro famiglie, ma è anche un dovere dello Stato”.
“Non ci fermeremo finché non sarà fatta piena luce su ogni responsabilità. La giustizia, anche dopo tanti anni, è l’unico modo per restituire dignità alle vittime e forza ai valori democratici su cui si fonda il nostro Paese”, prosegue Fadlun.
La Comunità Ebraica di Roma continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi giudiziari “nel ricordo di Stefano Gaj Taché e di tutte le vittime dell’odio e della violenza antisemita, con la determinazione a non lasciare che il tempo cancelli verità e responsabilità. E facciamo appello all’intera comunità nazionale – conclude il Presidente CER – contro il rischio di abbassare la guardia e sottovalutare l’aumento degli episodi concreti di antisemitismo e gli indizi di attività terroristica”.
Su questa vicenda è intervenuto l’Ambasciatore d’Israele in Italia Jonathan Peled, che in un post su X ha scritto: “A oltre 40 anni dall’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982, la Procura di Roma chiude le indagini confermando le responsabilità di cinque terroristi dell’Organizzazione Abu Nidal. Oggi si commemora anche l’attentato all’ambasciata israeliana di Buenos Aires del 1992, per mano del Regime iraniano. Questi due attentati ci ricordano che, negli ultimi 47 anni, il terrorismo palestinese e iraniano ha seminato dolore e morte in Europa e in America Latina”.
















