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    ISRAELE

    Ottolenghi: “Il regime iraniano è indebolito, ma non vicino al crollo”

    L’intervista all’analista Emanuele Ottolenghi

    Dopo 18 giorni, la guerra in Medio Oriente sembra non arrestarsi. Per comprendere a fondo le dinamiche del conflitto, Shalom ha intervistato Emanuele Ottolenghi, analista di fama internazionale specializzato in minacce, finanziamento al terrorismo e reti di evasione delle sanzioni, con contributi pubblicati su The Wall Street Journal, The New York Times, Foreign Policy e Il Sole 24 Ore.

    Quali dinamiche militari e politiche si stanno delineando in questo conflitto?

    Ci sono molte dinamiche in gioco. Sul piano militare, Stati Uniti e Israele stanno colpendo le infrastrutture militari iraniane, gli arsenali e la leadership del regime, con l’obiettivo di ridurne la capacità offensiva sia interna che esterna. L’Iran risponde, ma le sue capacità sembrano più limitate rispetto al passato, e Hezbollah è stato attivato per aprire un secondo fronte, anche se la sua forza è stata significativamente ridotta dagli eventi precedenti.
    Parallelamente, l’Iran ha colpito i Paesi del Golfo, danneggiando infrastrutture energetiche ed economiche, creando pressioni indirette e cercando di aumentare il costo politico e sociale della guerra per gli alleati occidentali e regionali. Sul piano internazionale, Russia e Cina supportano l’Iran senza provocare uno scontro diretto con gli Stati Uniti, mentre resta da monitorare il potenziale intervento degli Houthi nel Mar Rosso, che potrebbe avere conseguenze economiche globali significative.

    Qual è oggi la reale portata della minaccia nucleare iraniana e del suo arsenale missilistico?

    I missili balistici iraniani rappresentano oggi una minaccia convenzionale concreta: l’Iran possiede un arsenale ampio, con missili a corta, media e lunga gittata. Non ha ancora sviluppato missili intercontinentali, cioè in grado di superare i 3.000-5.000 chilometri, ma i progressi tecnologici del paese, compreso il programma spaziale e il lancio di satelliti, indicano che in futuro potrebbe essere in grado di colpire non solo Israele e i paesi del Golfo, ma anche l’Europa e, potenzialmente, gli Stati Uniti. Il vero rischio maggiore, però, deriva dal programma nucleare, strettamente collegato a quello missilistico: le armi nucleari necessitano infatti di un vettore di trasporto, e i missili iraniani potrebbero svolgere proprio questo ruolo. L’Iran porta avanti da circa 40 anni un programma nucleare in parte clandestino, costruito per essere protetto da attacchi militari convenzionali e, in molte parti, nascosto alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, in violazione del Trattato di non proliferazione.
    Nonostante le enormi risorse investite, l’Iran non ha ancora prodotto energia civile dal suo programma: si tratta quindi di un progetto a chiara finalità militare. Se riuscisse ad acquisire armi nucleari, l’attuale capacità di bloccare lo Stretto di Hormuz e di destabilizzare la regione con armi convenzionali diventerebbe solo un assaggio della sua futura potenza deterrente e della capacità di ricatto regionale, aumentando drasticamente il rischio geopolitico in Medio Oriente e oltre.

    Come sta il regime iraniano? Esiste davvero la possibilità di un suo rovesciamento?

    Il regime appare indebolito ma non è vicino a un crollo immediato. La chiave non è un “regime change” nel senso classico, ma un indebolimento sufficiente a creare fratture interne e costringere la leadership a cambiare strategia. L’obiettivo degli attacchi occidentali è ridurre il controllo interno, limitare il programma nucleare e balistico, ridurre il sostegno ai proxy e spingere il regime a compromessi radicali. La storia mostra che la sconfitta militare può innescare processi di disgregazione interna, come in Argentina nel 1982 o in Libia nel 2011. Se il regime resta indebolito, potrebbe emergere una leadership più pragmatica e meno aggressiva; se invece resiste senza cambiare, continuerà a destabilizzare la regione. In ogni caso, l’operazione rappresenta un’opportunità unica per la popolazione iraniana e per eventuali fratture interne.

    Quali ripercussioni può avere questo conflitto sugli equilibri regionali, in particolare per i Paesi del Golfo? 

    Teheran ha colpito diversi Paesi del Golfo Persico — tra cui Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Oman, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti — prendendo di mira soprattutto le infrastrutture economiche, in particolare quelle energetiche e in parte del settore turistico. L’obiettivo dell’Iran non è tanto vincere militarmente il conflitto, quanto aumentarne il costo per i propri avversari, colpendo gli interessi economici della regione e generando pressioni indirette sugli Stati Uniti e sui loro alleati. Allo stesso tempo, Teheran cerca di creare divisioni tra gli alleati occidentali e tra i Paesi del Golfo, puntando a indebolire il fronte avversario più attraverso il logoramento che con una vittoria militare diretta.

    Che impatto può avere la guerra sulla politica interna degli Stati Uniti, anche in vista delle midterm e dei malumori nella base MAGA? Gli Usa cambieranno atteggiamento?

    La guerra accentua le divisioni interne: nel movimento MAGA e tra gli isolazionisti critici dell’alleanza con Israele, molti sono preoccupati per un impegno prolungato. Tuttavia, la maggioranza degli elettori sostiene il Presidente se percepisce risultati concreti. L’opposizione democratica critica la gestione del conflitto, talvolta con motivazioni politiche, ma un successo militare e politico rafforzerebbe la posizione del Presidente e la credibilità degli Stati Uniti. Se il conflitto dovesse prolungarsi senza risultati, rischierebbe di danneggiare la reputazione internazionale del Paese e la sua capacità di garantire la sicurezza regionale, influenzando negativamente le elezioni di midterm. In sintesi, l’atteggiamento americano nei confronti della guerra dipenderà molto dall’efficacia delle operazioni e dai risultati tangibili sul campo: una vittoria rapida consoliderebbe la politica attuale, mentre un conflitto prolungato potrebbe spingere verso un ripensamento della strategia.

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