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    ISRAELE

    Guerra in Iran, l’analisi di due ex membri dell’intelligence israeliana

    Nel complesso dibattito che si è sviluppato attorno al conflitto in corso in Medio Oriente, emergono come punto di grande interesse le spiegazioni di due ex membri dell’intelligence israeliana, Simi Shine ed Elad Shavit, attualmente ricercatori senior presso l’Institute for National Security Studies (ISNN). In un incontro con i giornalisti sono stati affrontati diversi temi, a partire dalla strategia americana e dai suoi limiti politici e strategici. Secondo Shavit, per l’amministrazione di Donald Trump è fondamentale ottenere un successo nella campagna militare. Questo non solo per le implicazioni strategiche legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla conseguente crisi energetica globale, ma anche per ragioni di politica interna, con le elezioni midterm all’orizzonte.

    Secondo l’analista, inoltre, gli Stati Uniti intendono dimostrare la propria forza nell’ordine internazionale, inviando un segnale alle potenze rivali come Cina e Russia.

    L’intervento di Shine si è invece concentrato sull’approccio adottato da Teheran, che starebbe utilizzando una strategia di logoramento, lanciando missili in modo graduale per evitare di esaurire rapidamente le proprie scorte e prolungare il conflitto il più a lungo possibile.

    Un elemento centrale per il regime iraniano resta la continuità del potere. Già prima dello scoppio della guerra, i vertici del sistema politico avevano previsto la possibilità che diversi leader potessero essere eliminati durante il conflitto. Per questo motivo erano state predisposte nomine e successioni interne, con l’obiettivo di prevenire un possibile collasso del sistema e scongiurare un cambio di regime.

    Negli ultimi giorni, inoltre, sono state osservate numerose forze affiliate al regime schierate nelle strade per presidiare il territorio. In risposta, Israele avrebbe cercato di colpire queste postazioni, nel tentativo di indebolire la struttura del potere e favorire una possibile destabilizzazione del regime e favorire un “regime change”.

    Un altro tema rilevante riguarda la natura degli attacchi iraniani. Secondo gli analisti, Teheran non starebbe colpendo soltanto Israele o le basi militari americane nel Golfo, ma anche infrastrutture energetiche nella regione, compresi obiettivi nei paesi arabi e nell’area dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo sarebbe quello di interrompere le forniture di idrocarburi e provocare un forte aumento dei prezzi del petrolio sui mercati globali.

    Infine, sul fronte nucleare emergono elementi contrastanti. Tra le notizie considerate positive vi è l’attacco nei pressi della città di Isfahan, dove sarebbe stato distrutto un container contenente materiale nucleare, rendendo il sito inutilizzabile. Rimane tuttavia l’incognita relativa alle scorte di uranio arricchito, il cui destino continua a rappresentare un elemento di forte preoccupazione.

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