
Ognuno di noi vive cercando di perseguire i propri interessi. Ma cosa succede quando questi si scontrano con il bene degli altri? Come scegliamo da che parte stare? Questa è una storia che risponde a quelle domande nel modo più potente possibile: con i fatti.
È la storia della famiglia di Gino Moscati, salvata durante la persecuzione nazista a Roma da Bruno Fantera, un giovane garzone che lavorava al magazzino di stoffe del signor Graziano Anticoli, in via Montanara. Un ragazzo qualunque, che scelse il coraggio. Chi era Gino Moscati? Shammash — custode — del Tempio Maggiore di Roma, nato il 12 marzo 1907 da Giuseppe e Sara Sed. Aveva sposato Ester Astrologo il 23 ottobre 1927. Un uomo discreto, fedele alla sua comunità, legato alla sinagoga come alla propria casa. Nell’ottobre del 1943, dopo il devastante rastrellamento del 16 ottobre, Gino e l’altro shammash Giorgio Sierra chiusero il Tempio Maggiore e ne sigillarono le porte. Ma ogni tanto, in punta di piedi, tornavano a controllare una cosa sola: se il ner tamid — la lampada eterna — brillasse ancora nell’oscurità. Poi arrivò il 5 giugno 1944. Dopo mesi di silenzio, di paura, di morte, le porte della sinagoga tornarono ad aprirsi. Ci volle l’intervento di un capitano della Brigata Palestinese, di un soldato che spezzò fisicamente i sigilli, e di Gino Moscati — che entrò e riaccese immediatamente il ner tamid, ormai spento da mesi. Il 10 giugno 1944 il Tempio Maggiore era stracolmo di gente. Ebrei romani che avevano vissuto anni di soprusi, paura e lutto, finalmente di nuovo insieme, a pregare, a piangere, a festeggiare. In quella luce ritrovata c’era tutto: il dolore del passato e la speranza del futuro. Una lampada che si riaccende. Un gesto semplice. Una storia che non va dimenticata.













