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    ROMA EBRAICA

    Una serata per la prevenzione: il dialogo tra medicina, psicologia e fede

    Prendersi cura di sé significa imparare ad ascoltare il proprio corpo, trovare il coraggio di affrontare le proprie paure e riconoscere nella fede una risorsa per dare senso alle proprie azioni. La prevenzione non è quindi soltanto una questione di esami e controlli, ma un percorso che coinvolge la persona nella sua interezza: nel corpo, nella mente e nella neshamà.

    È stato questo il fil rouge della serata di prevenzione e sensibilizzazione, svoltasi il 27 ottobre al Tempio Beth El e organizzata da Edoardo Funaro in ricordo della madre, Rebecca Soued Funaro Z”L.

    Il primo passo di questo cammino è imparare a conoscere il proprio corpo e prestare attenzione ai cambiamenti che possono rappresentare un campanello d’allarme. “In medicina la prevenzione rientra negli atti che riducono il rischio di una malattia, non lo azzerano”, ha spiegato la dottoressa Karen Hannuna, sottolineando l’importanza di controlli personalizzati.

    La prevenzione, infatti, non riguarda soltanto chi ha una familiarità o una predisposizione genetica, ma richiede attenzione da parte di tutti. Come ha sottolineato la dottoressa, prevenire significa dare alla medicina la possibilità di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per favorire, quando possibile, la guarigione.

    Sapere cosa è giusto fare, tuttavia, non significa necessariamente riuscire a farlo. Tra la consapevolezza della necessità di un controllo e la decisione di prenotarlo può inserirsi la paura. È qui che questo percorso incontra la mente, la seconda dimensione affrontata durante la serata.

    La psicologa Sharon Rubin ha affrontato uno degli ostacoli più comuni: il timore di ricevere una diagnosi. Nel tentativo di sentirsi al sicuro, si può scegliere di rimandare un controllo, sperando che l’ansia diminuisca. “Ma, come nelle sabbie mobili in cui più ci si agita più la situazione peggiora, combattere continuamente le proprie emozioni può finire per amplificarle”. Riconoscere la paura dell’incertezza, senza lasciarsene paralizzare, permette invece di affrontarla con maggiore consapevolezza.

    Anche l’attesa dei risultati può alimentare pensieri catastrofici. In questi momenti è importante distinguere ciò che si immagina da ciò che sta realmente accadendo, tenendo a mente che i pensieri non sono verità assolute. Il sostegno psicologico resta fondamentale anche dopo una diagnosi, quando la malattia può modificare il rapporto con il proprio corpo e la propria femminilità.

    “Bisogna mettere la persona al centro, non la malattia, affinché questa non diventi l’unico orizzonte possibile”. Anche durante il percorso di cura, ogni donna conserva infatti la propria storia, i propri desideri, le proprie relazioni e la propria identità.

    A concludere la serata è stata Gheula Cannaruto Nemni, riconducendo il discorso ad una dimensione ulteriore, quella spirituale. “Il corpo non è secondario nell’ebraismo: possiede una propria sacralità ed è profondamente connesso all’anima”, prendersi cura della salute significa custodirlo e ciò è possibile anche attraverso le mitzvot, espressione diretta dell’energia divina.

    In questa prospettiva, anche la medicina è uno strumento attraverso cui si può giungere alla guarigione: affidarsi alle competenze dei medici e avere fede, intesa come assoluta certezza che tutto andrà bene, non sono scelte contrapposte.

    Il percorso riguarda dunque dimensioni diverse di una stessa responsabilità: custodire la vita. “Prendersi cura del proprio corpo significa anche proteggere la propria serenità, la famiglia e le future generazioni di Am Israel”, ha concluso Edoardo. Un messaggio che invita a considerare la cura in una dimensione collettiva, in cui ciò che accade ad un ebreo influisce sul resto del popolo.

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