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    NEWS

    Mamdani e il silenzio sull’antisionismo: il nodo irrisolto nella strategia contro l’antisemitismo

    Il 29 settembre il sindaco di New York Zohran Mamdani ha presentato la prima strategia municipale della città per contrastare l’antisemitismo. Il piano prevede investimenti nella sicurezza delle sinagoghe e delle istituzioni ebraiche, programmi educativi, sostegno alle organizzazioni impegnate nella prevenzione dell’odio e iniziative per valorizzare la storia e la cultura ebraica. Mamdani ha definito l’antisemitismo una piaga da combattere e ha dichiarato di voler costruire una città nella quale gli ebrei newyorkesi siano non soltanto al sicuro, ma anche «celebrati». È un passo concreto. Ma proprio per questo è necessario guardare anche a ciò che nel documento non c’è.
    La strategia evita di adottare una definizione unica di antisemitismo e richiama diversi strumenti interpretativi, tra cui la definizione IHRA, la Jerusalem Declaration on Antisemitism e il Nexus Document. Questa scelta riflette un dibattito reale e tutt’altro che marginale: la discussione su dove finisca la critica legittima allo Stato di Israele e dove possano iniziare forme di antisemitismo. Ma il documento non affronta esplicitamente il rapporto tra antisionismo e antisemitismo. Non è un dettaglio terminologico. Per una parte significativa degli ebrei americani e newyorkesi, Israele non è semplicemente un tema di politica estera. Il rapporto con Israele, e in particolare con l’idea di autodeterminazione nazionale ebraica, è intrecciato all’identità ebraica contemporanea.
    Ma da questa premessa non segue il contrario: che ogni forma di antisionismo sia necessariamente estranea all’antisemitismo. È precisamente questo spazio intermedio che una strategia pubblica dovrebbe saper affrontare. Quando un cittadino critica una decisione del governo israeliano, non c’è nulla di antisemitico nella critica in quanto tale. Quando invece persone ebree vengono insultate, minacciate, escluse o aggredite perché considerate responsabili delle azioni di Israele; quando “sionista” diventa un modo per identificare e colpire gli ebrei in quanto tali; quando alle persone ebree viene chiesto di prendere le distanze da Israele per poter essere considerate legittime interlocutrici nello spazio pubblico, il problema cambia natura.
    La questione è particolarmente rilevante a New York, dove il dibattito politico sul conflitto israelo-palestinese è diventato parte della vita quotidiana della città. Diverse organizzazioni ebraiche hanno infatti riconosciuto gli elementi positivi del piano di Mamdani, ma hanno contemporaneamente espresso preoccupazione per l’assenza di un riferimento esplicito all’antisionismo e alle forme di odio legate a Israele. Anche il fatto che Mamdani abbia revocato, all’inizio del suo mandato, l’ordine dell’amministrazione precedente che adottava la definizione IHRA per la città rende il tema inevitabile. La sua amministrazione sostiene che New York possa contrastare efficacemente l’antisemitismo senza dover adottare una singola definizione ufficiale. Il punto, tuttavia, non dovrebbe essere trasformare la IHRA in un test di fedeltà politica. Il punto è molto più semplice: quali strumenti possiede una città per riconoscere e contrastare l’odio antiebraico quando questo si presenta attraverso il linguaggio della politica, dell’attivismo o dell’antisionismo? È una domanda alla quale non basta rispondere finanziando la sicurezza delle sinagoghe o insegnando la storia della Shoah. Queste misure sono necessarie, ma non esauriscono il problema.
    L’antisemitismo contemporaneo non si manifesta soltanto attraverso il vecchio linguaggio razzista o attraverso simboli apertamente nazisti. Può assumere forme nuove, adattarsi al vocabolario del momento e presentarsi persino come linguaggio politico apparentemente rispettabile. Proprio per questo bisogna essere capaci di distinguere: distinguere la critica da demonizzazione, il dissenso dall’esclusione, l’antisionismo politico dall’odio contro gli ebrei. Il rischio opposto è altrettanto reale: utilizzare l’accusa di antisemitismo per delegittimare qualsiasi critica alle politiche del governo israeliano. Anche questo sarebbe un errore, perché indebolirebbe la stessa battaglia contro l’antisemitismo, trasformandola in una disputa politica anziché in una difesa della dignità e della sicurezza degli ebrei.
    Mamdani ha scelto di mettere al centro la sicurezza degli ebrei newyorkesi. È un impegno che va preso sul serio e sul quale sarà possibile giudicare la sua amministrazione attraverso i fatti. Ma una strategia davvero completa dovrà prima o poi affrontare anche la domanda che il documento del 29 settembre lascia sostanzialmente aperta: che cosa accade quando l’ostilità verso Israele, il sionismo o gli ebrei si sovrappongono, e quando il linguaggio politico diventa uno strumento per colpire una comunità? Perché combattere l’antisemitismo significa anche avere il coraggio di riconoscerne le trasformazioni. E oggi, a New York come altrove, una delle questioni più difficili è proprio questa: riuscire a difendere contemporaneamente il diritto alla critica politica e il diritto degli ebrei a non essere trasformati, individualmente e collettivamente, nei rappresentanti di uno Stato, di un governo o di un conflitto. È su questa linea sottile che si misura la serietà di qualsiasi strategia contro l’antisemitismo.

    Foto: “Zohran Mamdani at the Resist Fascism Rally in Bryant Park on Oct 27th 2024”
    di Bingjiefu He
    / CC BY-SA 4.0.
    (Opera modificata: ritaglio dell’originale)

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