
Le tensioni con la Turchia continuano a crescere. Ankara infatti sta rafforzando i legami con il nuovo governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa, ex leader di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), gruppo con forti connessioni con la Turchia. L’escalation è stata accompagnata da dichiarazioni senza precedenti del presidente Recep Tayyip Erdogan, che il 30 marzo ha invocato Allah affinché porti “distruzione su Israele sionista”. Questo segnale di aperta ostilità rafforza la convinzione che uno scontro militare diretto non sia più un’ipotesi remota.
Questo sviluppo rappresenta una minaccia strategica per Israele, che negli ultimi mesi ha intensificato attacchi mirati contro installazioni militari e infrastrutture strategiche siriane, nel tentativo di impedire alla Turchia di consolidare la propria presenza nella regione.
Dopo il colpo di Stato in Siria infatti, avvenuto con il sostegno turco nel dicembre 2024, Ankara è diventata il principale attore politico nel paese, controllando direttamente o indirettamente circa 8.000 km², da Idlib a Ras al-Ayn, pericolosamente vicino al confine israeliano.
Il nuovo governo siriano, di orientamento islamista e ora apertamente alleato di Ankara, sta negoziando un patto di difesa che prevede la presenza permanente di truppe turche e l’installazione di avanzati sistemi di difesa aerea sul suolo siriano, un’evoluzione che modificherebbe radicalmente l’equilibrio strategico nell’area. Secondo diverse fonti d’intelligence, la Turchia sta già predisponendo basi aeree nel nord della Siria, in grado di lanciare operazioni con droni, ponendo una minaccia diretta allo spazio aereo israeliano e limitando la libertà operativa di Israele.
In risposta a queste minacce, l’aviazione israeliana ha recentemente colpito la base aerea di T-4, nei pressi di Palmira, una struttura precedentemente utilizzata dall’Iran e dal regime siriano.
Il rapporto del Comitato Nagel, pubblicato nel gennaio 2025, ha identificato il crescente radicamento militare turco in Siria come una minaccia “potenzialmente più pericolosa di quella iraniana”. Ad aggravare il quadro è il crescente sostegno turco ad Hamas, che opera sempre più liberamente all’interno del territorio turco. Operativi di alto livello, tra cui Saleh al-Arouri, coordinano operazioni terroristiche direttamente da Istanbul. Inoltre, rapporti d’intelligence del 2024 hanno sollevato allarme tra i legislatori statunitensi per la possibile espansione di Hamas a Cipro del Nord, sotto occupazione turca. Questa evoluzione alimenta i timori israeliani che la Turchia possa utilizzare i propri proxy per colpire Israele da nuove basi avanzate.
I consiglieri più vicini a Erdogan hanno pubblicamente alimentato una retorica aggressiva contro Israele, arrivando a suggerire l’attivazione dei sistemi missilistici S-400 di fabbricazione russa, a conferma della postura sempre più ostile della Turchia.
Parallelamente tuttavia, Erdogan si trova a gestire una crisi interna senza precedenti, con un’inflazione superiore al 44% e un clima politico turbolento, segnato dall’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu. Tradizionalmente, i leader in difficoltà hanno spesso sfruttato crisi internazionali per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica. Per questo motivo, gli analisti israeliani temono che Erdogan possa deliberatamente alimentare le tensioni con Israele per rafforzare il consenso interno e distogliere l’attenzione dai problemi interni.