
Lo scandalo
Nuovo colpo di scena sulle elezioni israeliane. Non nello spoglio delle “doppie buste” di malati, diplomatici e militari, completato ieri, che ha confermato con pochissimi aggiustamenti la distribuzione dei seggi uscita dagli scrutini di mercoledì. Ma da uno scandalo di corruzione che è diventato un caso politico di grande rilevanza. La storia è iniziata quando in un seggio di una località beduina sono saltate fuori delle buste contenenti somme notevoli di denaro, con una scritta che indicava trattarsi di un regalo di Ra’am. Questa è una delle due liste arabe: la più piccola, che viene giudicata da alcuni più ragionevole o disponibile e meno ideologica (anche se è ufficialmente legata alla Fratellanza Musulmana), per aver appoggiato il governo Bennett del 2021 in cambio di benefici per la sua base elettorale. Poi sono emerse altre buste, buoni benzina e altre prove di corruzione fra gli elettori arabi, che proverrebbero non solo da Ra’am, ma anche dall’altra “Lista unitaria”: il Likud ha denunciato con forza lo scandalo, dicendo di avere le prove per oltre un migliaio di casi. Solo così, del resto, ha osservato il giornalista Amit Segal, si spiegherebbe come in parecchie località sempre arabe l’affluenza alle urne sia letteralmente raddoppiata, dal 35% all’80%.
Un complotto internazionale?
Su questo quadro pieno di sospetti è uscita come una bomba la notizia che il giudice Noam Solberg, autorevole vicepresidente della Corte Suprema, che è a capo dell’ufficio elettorale, ha scritto al direttore del servizio di sicurezza interno (Shin Bet) David Zini per chiedere il suo aiuto. Nella lettera inviata da Solberg a Zini e resa subito pubblica, si leggeva: “Sono stati portati alla mia attenzione seri sospetti di indebita influenza, tramite finanziamenti esteri, da parte di soggetti stranieri che operano contro gli interessi israeliani in merito alle elezioni. Alla luce dei termini di legge per la presentazione di un ricorso elettorale, Le chiedo di fare tutto il possibile per sottopormi eventuali conclusioni entro la prossima settimana”. Netanyahu ha rilanciato l’accusa, definendo lo scandalo un “terremoto” e scrivendo: “Hanno rubato le elezioni in Israele!”. Ha parlato di interferenze di entità straniere con sospetti su finanziamenti dal Qatar e Turchia, e di voti comprati per favorire i partiti arabi. Di conseguenza ha chiesto a tutti i partiti sionisti di escludere qualsiasi collaborazione con Ra’am o con la Lista Unitaria. Alla lettera di Solberg lo Shin Bet ha confermato il problema, affermando di aver ottenuto informazioni prima che scoppiasse lo scandalo attraverso le proprie attività di raccolta di intelligence, rimaste segrete fino al voto. Tutti i leader politici, a partire dal presidente Herzog, hanno chiesto che le indagini si svolgano in maniera veloce e approfondita.
Il problema politico
Al di là della punizione dei responsabili dei singoli episodi di corruzione, per cui vi sono stati finora già quattro arresti, il problema è politico. È difficile che le elezioni siano annullate, soprattutto per ragioni giuridiche e di tempi. Restano le conseguenze sulla formazione del governo e sul funzionamento della legislatura. Vediamo perché. I risultati elettorali hanno smentito le previsioni di chi vedeva il blocco dell’opposizione superare la coalizione di governo e in particolare Yashar, il partito di Eisenkot, battere il Likud. In questo senso Netanyahu ha certamente vinto; ma non ha vinto abbastanza da poter rifare il governo con la sola coalizione uscente: ha 53 seggi e gliene mancano otto. Neanche Eisenkot ha una maggioranza, anzi coi suoi 48 seggi è ancora più lontano. Ma potrebbe tentare di rifare il gioco di Bennett nel 2021: coinvolgere il partito arabo più desideroso di entrare nell’area del potere, Ra’am. Neanche questo però gli basterebbe: coi voti di Ra’am arriverebbe a quota 56. Per governare avrebbe bisogno dell’astensione degli 11 deputati della “Lista unitaria”. Entrambi i movimenti hanno dichiarato la loro disponibilità, allo scopo di abbattere Netanyahu, naturalmente chiedendo in cambio favori economici e anche politici (la Lista unitaria, per esempio, vuole il ritiro da Gaza, Libano e Siria e la cessazione totale della guerra: la stessa richiesta dell’Iran).
Le prospettive
Ci sono forti motivi politici e morali per sconsigliare questa operazione. Basti pensare che un esponente autorevole della “Lista Unita”, Osama Saadi, ha dichiarato ieri di dedicare i risultati elettorali e la vittoria ai palestinesi a Gaza, in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e nella “Gerusalemme occupata”, inviando inoltre un messaggio di vicinanza ai detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Del resto i dirigenti dei due partiti arabi, a partire dai primi candidati delle due liste arabe (Yousef Jabareen per Balad e Ahmad Tibi di Ta’al, le due fazioni più importanti della lista unitaria e Mansour Abbas di Ra’am) si sono sempre rifiutati di qualificare Hamas come un movimento terroristico. Ma se ora fosse dimostrato che hanno partecipato a un tentativo di corruzione e di “furto delle elezioni” orchestrato dall’esterno, certamente questo renderebbe impossibile l’accordo, nonostante la spinta dell’estrema sinistra israeliana (i “democratici” di Golan). Insomma, i piani di Eisenkot, quali che fossero in realtà, diventano molto più difficili e l’unica strada per evitare nuove elezioni potrebbe passare ora per un governo di unità nazionale, che smentirebbe però le loro promesse di non allearsi mai con Netanyahu. La trattativa è nelle mani del presidente Herzog, che potrà agire dopo la comunicazione ufficiale dei risultati; ma i tempi sono stretti, perché più o meno entro due settimane si insedierà la nuova Knesset e bisognerà subito confermare o sostituire il suo attuale presidente Amir Ohana del Likud. È una scelta significativa, perché chi ricopre la carica ha poteri piuttosto ampi sul processo legislativo; ma soprattutto ci dirà come si sono decise le alleanze fra i partiti.














