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    INNOVAZIONE

    Cornee ottenute con la biostampa 3D: i primi risultati in Israele

    La biostampa tridimensionale potrebbe aprire una nuova strada nella chirurgia oculare, contribuendo a superare alcuni dei limiti legati ai trapianti di cornea. In Israele, una sperimentazione condotta all’ospedale Rambam di Haifa ha già prodotto i primi risultati: cinque pazienti sono stati sottoposti all’intervento e, nel primo caso, una donna cieca da un occhio ha recuperato la vista. 

    L’operazione, eseguita alla fine di ottobre 2025 da un’équipe guidata dal professor Michael Mimouni, è stata presentata come una prima mondiale. Il procedimento parte dalla coltivazione di cellule umane, che vengono successivamente organizzate in un tessuto attraverso una stampante biologica 3D. L’obiettivo è quello di riprodurre le caratteristiche necessarie al corretto funzionamento della cornea, la membrana trasparente che riveste la parte anteriore dell’occhio.

    L’impianto, sviluppato dall’azienda Precise Bio, non mira necessariamente a sostituire l’intera struttura, ma si concentra sul ripristino della funzione dell’endotelio corneale, lo strato cellulare che regola l’idratazione del tessuto e ne mantiene la trasparenza. Se danneggiato, può causarne il gonfiore e l’opacizzazione, compromettendo così la vista.

    Uno degli aspetti più promettenti della tecnologia riguarda la possibilità di produrre molti impianti partendo da una quantità limitata di tessuto umano. Secondo l’ospedale Rambam, da un solo campione proveniente da un donatore deceduto è stato possibile ottenere circa 300 impianti in laboratorio. 

    Questo risultato potrebbe contribuire a superare uno dei principali ostacoli ai trapianti oculari: la carenza mondiale di cornee, riducendo così i tempi di attesa e rendendo i trapianti accessibili a un numero maggiore di pazienti, soprattutto nei Paesi in cui le donazioni e le risorse sanitarie sono insufficienti.

    Nonostante i risultati incoraggianti, resta da verificare quanto a lungo si mantengano i benefici, quali possano essere le eventuali complicazioni e se il metodo possa essere applicato in modo sicuro ed efficace a un numero molto più ampio di pazienti. Rimane comunque, secondo le parole del prof. Mimouni, “un momento indimenticabile, uno sguardo su un futuro in cui nessuno dovrà più vivere nell’oscurità a causa della carenza di tessuti donati”.

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