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    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Parashà di Vaykrà: Non c’è etica senza Dio

    Alla fine di questa parashà la Torà prescrive cosa devono fare coloro che si comportano in modo disonesto nei confronti del prossimo, per espiare i rispettivi peccati: “Il Signore parlò a Moshè dicendo: se una persona pecca e commette un reato di appropriazione indebita contro Dio, mentendo al suo vicino riguardo a un articolo lasciato in custodia, a un affare commerciale, a una ruberia, a una trattenuta di fondi o al ritrovamento di un oggetto smarrito negando di averlo trovato. Se una persona giura falsamente in uno qualsiasi di questi casi che coinvolgono relazioni umane, è considerata colpevole. Quando si rende colpevole di un tale peccato, deve restituire l’articolo rubato, i fondi trattenuti, l’articolo lasciato in custodia, l’articolo trovato o qualsiasi altra cosa riguardo alla quale ha giurato il falso. Deve restituire il capitale e poi aggiungervi un quinto al legittimo proprietario nel giorno in cui vorrà fare espiazione” (Vaykrà, 5:20-26).

    Una domanda che nasce spontanea dalla lettura di questo passo è per quale motivo la Torà parla di un reato nei confronti del Signore quando poi elenca una serie di reati nei confronti del prossimo.

    Una risposta la offre r. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) In Mesoras Harav (po. 30-31). Egli cita la Toseftà Shevu’ot (3:5) dove è detto: “R. Chananya ben Chakhinai disse: è scritto che una persona pecca nei confronti di Dio quando nega falsamente di aver derubato il suo prossimo. Ed è così perché una persona non deruba il prossimo se non ha negato il principio essenziale (dell’esistenza di Dio)”. Se una persona ha veramente fede in Dio, non si comporta in modo immorale, non deruba il prossimo e non giura in falso.

    La Toseftà continua con un racconto strano: “Una volta r. Reuven passò uno Shabbàt a Tiberiade. Vi incontrò un filosofo che gli fece una domanda: Chi è colui che è odiato (dall’Onnipresente) in questo mondo? R. Reuven rispose: chi nega l’esistenza di Colui che l’ha creato. R. Soloveitchik commenta che il filosofo non riusciva a capire la risposta. Perché un non credente deve essere disprezzato e considerato odioso? La fede in Dio non è una questione privata? Il suo scetticismo non fa alcun danno alla società! R. Reuven rispose: “Onora tuo padre e tua madre, non uccidere, non commettere adulterio, non rubare. Non c’è nessuno che violi questi precetti se non ha negato l’esistenza del suo Creatore”.

    Il filosofo si aspettava che r. Reuven rispondesse che solo i criminali che fanno male al prossimo meritano il disprezzo della società, ma non gli agnostici o atei innocenti. La risposta al filosofo fu immediata e chiara. L’assenza nella fede in Dio conduce necessariamente al crollo della moralità sociale.

    Il punto cruciale dell’etica sociale è la fede in un Dio trascendentale e personale che chiede che l’uomo lo imiti. All’inizio, gli scettici dicono che i comandamenti “Io sono il Signore Dio tuo e non avrai gli dei degli altri in Mia presenza” sono socialmente irrilevanti, poiché è possibile organizzare una società sulle fondamenta di una moralità creata dall’uomo. Poi finalmente capiscono che senza “Io sono il Signore Dio tuo”, l’uomo perde la sua sensibilità etica e diventa ignaro dei principi più elementari di moralità.    

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