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    ISRAELE

    La settimana di Israele

    Etica e modi di guerra

    La confusione del pubblico

    È passata una decina di giorni dall’inizio dell’attacco israelo-americano all’Iran e la maggior parte del pubblico non ha affatto le idee chiare su quel che sta accadendo. Chi vince, chi perde? La coalizione israelo-americana sta violando il diritto internazionale o sta impedendo a una feroce dittatura di armarsi con bombe atomiche e supermissili che minacciano non solo Israele ma mezzo mondo? La prospettiva di un cambio di regime in Iran e magari del ritorno della democrazia è realistica o illusoria? Le cifre vere sono quelle degli annunci americani e dei giornalisti israeliani o della propaganda degli ayatollah? La guerra durerà giorni, settimane, mesi, anni? Bisogna credere a Travaglio e Orsini o a Porro e Capezzone? Tanta confusione non è certo un fatto sorprendente: in una celebre pagina di “Guerra e pace”, uno dei personaggi centrali del romanzo, Pierre Bezuchov, si trova a osservare in prima linea la battaglia di Borodino fra Napoleone e l’esercito zarista. È colpito da mille particolari terribili e sanguinosi, morti, feriti, cannonate, mutilazioni; ma non riesce affatto a capire come va la battaglia chi sta vincendo e chi è in fuga: gli manca la prospettiva. Così accade al pubblico di oggi, sopraffatto da un flusso continuo di informazioni da varie fonti, di cui la maggior parte – in primo luogo i media occidentali, in particolare quelli italiani – non sono affatto interessate a raccontare e ad analizzare gli eventi, ma a trarne propaganda in favore della loro parte politica, di solito ottusamente contraria a Trump e a Israele. Al di là dei bombardamenti, delle vittime, delle clausole giuridiche, ci vuole una prospettiva per capire che cosa sta succedendo. È importante dunque cercare di chiarire.

    L’etica lugubre dell’islamismo

    Partiamo da qui. Nella guerra in corso si confrontano due strategie, due etiche, due sistemi di guerra. L’Iran è da decenni il centro mondiale dell’islamismo, che dopo la fine di fascismo e comunismo è diventato il principale nemico globale dell’Occidente e dei suoi valori e per questo gode dell’appoggio delle minoranze antisemite, antiamericane e anticapitaliste in Occidente, oltre che di Russia e Cina. L’etica dell’islamismo è sempre bellica, la pace serve solo a preparare il prossimo assalto; le perdite e la morte dei combattenti e anche dei loro stessi civili non importano, perché così diventano “martiri”, ottenendo il sommo bene. Coi nemici non è possibile fare la pace, ma solo, se serve, concordare delle tregue da rompere quando converrà; essi, secondo il Corano, hanno solo la scelta se convertirsi, accettare la semi-schiavitù dei “dhimmi” o essere uccisi. I musulmani che non accettano questo lugubre estremismo e vogliono relazioni normali con gli “infedeli” sono considerati nemici, anzi traditori e vanno eliminati anche loro. I civili, in quanto infedeli, sono tutti bersaglio legittimo: la loro sorte è morire oppure sottomettersi e diventare schiavi e concubine.

    Le tecniche belliche

    Questa concezione della guerra ha come conseguenza pratica il terrorismo, la scelta dei civili come obiettivi prioritari, l’impossibilità della pace, il rifiuto di arrendersi anche di fronte all’eliminazione di tutto il gruppo dirigente. L’Iran non è diverso in questo da Hamas, da Hezbollah, dall’Isis o da Al Qaeda. La loro guerra è organizzata per vincere non sconfiggendo in campo aperto ma scoraggiando il nemico con perdite civili, stupri, mutilazioni, danni economici, disordini interni. La guerra è calcolata per i suoi effetti politici e la politica (o il negoziato) sono solo una parte della guerra. La conseguenza militare è la costruzione di strutture, come i tunnel o i punti di sparo in mezzo alla popolazione civile, che possano resistere anche a una catastrofica sconfitta militare e mettano comunque il nemico nella condizione di rischiare continuamente di colpire la popolazione civile, pagando per questo un prezzo propagandistico garantito anche dall’appoggio (se non proprio dalla complicità) dei media e dei politici “progressisti” e “umanitari”. Naturalmente di tale atteggiamento fa parte anche la totale indifferenza, se non insofferenza, per la neutralità di chi non vuole partecipare al conflitto ma, agli occhi degli islamisti, è “oggettivamente” un nemico, perché “chi non è con noi è contro di noi”. Questo si è visto chiaramente negli assalti che gli iraniani hanno portato in questa guerra a una dozzina di paesi neutrali e perfino amici (con l’illusione di costringerli a prendere posizione in loro favore) e con meno evidenza ma altrettanta barbara determinazione, durante il 7 ottobre, quando buona parte delle vittime erano israeliani sì, ma esplicitamente dediti a cercare “la pace” e ad aiutare “i palestinesi”. L’espressione più chiara di questo pensiero militare nell’ultima guerra sono gli sciami di droni: poco costosi, facili da costruire e da nascondere, difficili da rilevare, impotenti contro gli obiettivi militari “duri” (che i terroristi non hanno neppure tentato di colpire né ora né nella guerra di giugno) ma pericolosissimi contro case, alberghi, aeroporti, popolazione civile.

    La professionalità e l’etica degli eserciti occidentali

    Dall’altra parte vi sono due eserciti (Usa e Israele) di grande professionalità, che usano macchine potenti ed estremamente precise, mirando esclusivamente ad obiettivi militari (nonostante la propaganda isterica dei propal) e in particolare alle strutture di comando e alle installazioni come tunnel, lanciamissili, impianti atomici, impianti industriali strategici, caserme ecc. Il tentativo è quello di decapitare da un lato e di disarmare dall’altro i nemici, sperando (forse con qualche eccesso di ottimismo) che le forze di opposizione (debolissime o inesistenti a Gaza e nelle zone sciite del Libano, forse più forti ma divise e disarmate in Iran) possano subentrare ai nemici disarticolati in questo modo. L’etica per l’esercito israeliano è fondamentale, elaborata e coltivata certamente più di quanto faccia qualunque altro corpo militare al mondo. Essa prescrive di difendere la vita dei soldati, ma prima ancora dei civili che essi devono difendere e quando è possibile anche dei civili nemici, sia pure al rischio di subire perdite per questo. Ne consegue la distinzione fra obiettivi militari e popolazione civile, il rispetto della neutralità, l’obiettivo strategico di raggiungere finalmente la pace. Ma questo, contrariamente a quel che vorrebbero media e politici europei non significa rinunciare a difendere il paese, anche in maniera poco convenzionale e aggressiva.

    La situazione strategica

    Poste queste premesse, è chiaro che lo scontro oggi è fra chi, con armi di precisione e audacissime incursioni, cerca di decapitare e disarmare i nemici, eliminando l’aggressione in nome di una pace futura che tuteli la vita e la possibilità di collaborazione dei popoli coinvolti e chi cerca di creare il massimo disagio collettivo, fra i propri stessi cittadini, quelli nemici, quelli che non partecipano allo scontro, per riuscire a eliminare gli infedeli e il sistema che consente loro di vivere. Chi sta vincendo oggi? Senza dubbio americani e israeliani sono riusciti a ferire profondamente la testa della piovra e a toglierle buona parte delle armi. Ma è più facile creare il caos che l’ordine, distruggere e terrorizzare piuttosto che creare un nuovo equilibrio. Il rischio è che gli agenti del caos non siano completamente distrutti e che i sopravvissuti possano continuare presto la loro opera di distruzione a partire da quel che è rimasto intatto. Così è accaduto più volte con Hamas ed è successo anche dopo la guerra del giugno scorso con l’Iran. Non bisogna preoccuparsi tanto per la durata di questa guerra quanto di una sua eventuale conclusione incompleta e intempestiva, quel “ritorno della diplomazia” agognato da media e opinion leaders “progressisti” a parole.

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