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    ISRAELE

    Israele e Usa contro il regime iraniano. Lo sviluppo della guerra e i possibili scenari

    Un lavoro metodico e progressivo

    L’operazione “ruggito del leone” procede con la metodicità e la precisione di una grandissima macchina, i cui componenti sono stati studiati nei dettagli e perfettamente armonizzati. All’inizio, due giorni fa, c’è stato l’attacco di sorpresa che ha eliminato la “guida suprema” Khamenei e una quarantina dei personaggi più potenti del regime, sorpresi tutti assieme durante una riunione probabilmente convocata per dare il via all’attacco iraniano contro Israele, ma attesa e rilevata dal Mossad, usata brillantemente per distruggere tutta la leadership allo stesso tempo. Poi è venuta la distruzione dei centri di potere più importanti del regime. In seguito, gli aerei israeliani con 1200 grandi bombe sparate nel primo giorno e gli americani con 1080 hanno eliminato la copertura aerea nelle regioni occidentali fino a Teheran, i centri di potere provinciali e molti dispositivi di lancio di missili e droni. L’operazione andrà avanti “finché sarà completata” come ha detto il ministro della difesa Katz, distruggendo alla radice le forze armate iraniane, il programma nucleare e quello missilistico.

    L’opzione Apocalisse

    Nel frattempo, le armi in mano al regime si assottigliano. Si calcola che restino loro fra i 1200 e i 2000 missili balistici e diverse migliaia di droni, che possono fare certamente gravi danni ma diminuiscono in fretta. È importante comprendere che la strategia seguita finora dall’Iran non sembra razionale, ma solo vendicativa. I proiettili iraniani si sono dispersi su un raggio ampio migliaia di chilometri, e hanno mirato a paesi neutrali come Cipro, che per di più è membro dell’Unione Europea o l’Arabia Saudita e il Kuwait; e perfino amici del regime islamico, come il Qatar e l’Oman. Oltre naturalmente ad abbattersi con forza su stati arabi che ospitano truppe americane come Bahrein, Giordania, Emirati Arabi. Si tratta di quella “opzione Apocalisse” che alcuni analisti avevano preannunciato: sparare tutte le armi disponibili in tutte le direzioni, senza cercare alleanze o mirare a reali vantaggi strategici, sfogando l’odio e attendendo il martirio. In fondo questa è stata anche la linea seguita dall’Iran nelle trattative con gli Usa: non cercare un accomodamento possibile, ma far prevalere il proprio odio e il proprio orgoglio – fino alla morte.

    Una reazione debole

    Nel frattempo, la potente flotta americana non è stata minimamente insidiata e sul territorio israeliano ci sono stati bombardamenti meno intensi e meno dannosi di quelli del giugno scorso.  Qualche danno anche grave è purtroppo prevedibile, ci sono già state parecchie vittime nell’impatto diretto di un missile sulla cittadina di Beit Shemesh, vicino a Gerusalemme. Ma è del tutto escluso che vi possa essere un rovesciamento della situazione, anche quando i missili e i droni iraniani colpiscono, non mirano a obiettivi militari, ma solo a una violenza indiscriminata di tipo terroristico. Nessun aereo della coalizione, nessuna nave, nessun aeroporto è stato danneggiato. Anche le reazioni delle piazze islamiche alla morte di Khamenei, che era stata descritta come una “linea rossa” pericolosissima, sono state molto scarse: qualche incidente in Pakistan e in Iraq, nessuna mobilitazione musulmana di livello mondiale come se n’erano viste in passato, per esempio dopo la Guerra del Kippur.

    Il tentativo di conservare il regime

    È possibile dunque incominciare a ragionare sugli scenari successivi alla sconfitta del regime islamico. Ieri è stato nominato a Teheran un triumvirato che provvisoriamente ha assunto i poteri di Khamenei, composto dal Presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian, dal capo del potere giudiziario Gholamhossein Mohseni Ejei e dal nuovo leader religioso, ayatollah Alireza Araf. Non è detto che costoro sopravvivano alla caccia che le forze aeree della coalizione danno continuamente ai capi del regime, né che ci riesca Ali Larijani, segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale e uomo forte designato da Khatami a gestire la macchina del regime in questo periodo. In ogni caso costoro difficilmente potranno avere un ruolo nel futuro di un Iran che ammetta la sconfitta. Se alla fine della guerra governassero ancora loro, questo sarebbe il segno del fallimento non militare ma politico dell’operazione in corso, che nelle parole di Trump e di Netanyahu (anche espresse in un videomessaggio in lingua farsi) mira apertamente a una rivoluzione democratica che rovesci la dittatura islamica al potere da 47 anni.

    Gli scenari

    Se la sopravvivenza di un regime assetato di vendetta è il primo scenario da considerare, e certamente il peggiore, la rivoluzione democratica è il secondo, senza dubbio il più auspicabile, reso però difficile dai durissimi colpi subiti dai giovani ribelli durante le loro numerose proteste e dalla divisione dei movimenti di opposizione. Una figura unificante potrebbe forse essere Reza Ciro Pahlavi, figlio dello scià deposto nel 1979, che sembra aperto anche a soluzioni non monarchiche. Una terza soluzione intermedia potrebbe essere l’avvento al potere di una figura del vecchio regime fuori dalla gestione attuale, come uno dei “riformisti” arrestati nelle ultime settimane, che potrebbe riscuotere la fiducia americana su un programma moderato all’interno come nei rapporti internazionali. Sarebbe una soluzione “badogliana” per molti versi inefficace e insoddisfacente, ma forse un passaggio funzionale. In senso contrario, potrebbe invece imporsi un golpe diretto da un militare nazionalista, che continuerebbe la repressione interna e gestirebbe l’imperialismo iraniano senza fanatismo religioso e quindi probabilmente in maniera più razionale, ma non meno pericolosa in prospettiva. Ultima possibilità, la più difficile da calcolare e soprattutto da gestire, è la frattura dello stato iraniano fra le molte nazionalità che vi sono state inglobate nel tempo, ma che ancora si ribellano e cercano di ottenere l’autonomia se non l’indipendenza: beluci e curdi, che hanno movimenti guerriglieri più o meno dormienti, ma anche azeri, turcomanni, arabi.

    Il fallimento del regime clericale

    Come si vede, le prospettive sono diverse e diversamente problematiche; è probabile che si scontrino presto fra loro anche con la forza; si può supporre che la decisione finale dipenderà dall’appoggio americano e dunque dalle scelte di Trump. Una cosa è certa: l’invenzione di Khomeini di un potere islamista gestito dal clero, un’idea che nella storia dell’Islam non si era mai presentata, ha portato terribili disgrazie, guerre e oppressione al popolo persiano. Coloro che sostengono che l’Islam è la religione della pace dovrebbero riflettere a questa esperienza disastrosa.

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