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    Cultura

    “Papillon”: la Shoah vista attraverso il nuoto, la memoria e la resistenza

    In un periodo storico segnato dall’aumento dell’antisemitismo e dalla riscoperta delle ferite del Novecento, un cortometraggio animato sta sfidando l’oblio e riportando alla luce una delle storie meno conosciute della Shoah. Papillon (in italiano “Farfalla”), diretto dalla veterana cineasta francese Florence Miailhe, ha ottenuto una nomination agli Oscar come miglior cortometraggio animato, attirando l’attenzione internazionale non solo per la sua forma estetica unica, ma per la profondità del racconto storico che propone.

    A prima vista, Papillon sembra un viaggio meditativo tra acqua e memoria. Le immagini, dipinte a mano con tecniche di olio e pastello su vetro, seguono un uomo anziano che nuota in un mare immobile di colori sfumati, lasciando che le sue bracciate risveglino ricordi di infanzia: umiliazioni, affetto materno, sogni di vittorie. Ma ben presto emerge un contesto più vasto e tragico. Le spiagge assolata rivelano l’Africa del Nord; la piscina olimpica di Berlino del 1936 si staglia sotto il peso di una svastica; e voci discriminanti echeggiano di sottofondo.

    La storia raccontata da Papillon è quella di Alfred Nakache, nato nel 1915  in Algeria, da famiglia ebraica immigrata dall’Iraq. Nakache fu uno dei più grandi nuotatori francesi degli anni ’30, specialista della farfalla e partecipante ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936, in un clima di crescente antisemitismo. Sotto il regime di Vichy, fu privato della cittadinanza francese e costretto all’esilio da Parigi. Il 20 novembre 1943, insieme a sua moglie e sua figlia, fu arrestato dalla Gestapo e deportato ad Auschwitz. Solo Alfred sopravvisse alla separazione familiare e alle atrocità dei campi, passando poi attraverso una marcia della morte fino alla liberazione a Buchenwald.

    La forza di questa narrazione non sta solo nei fatti storici — pur terribili — ma nella capacità di mostrare la continuità di una vita oltre l’orrore. Nakache non si arrese: tornò a nuotare e rappresentò la Francia ai Giochi Olimpici di Londra del 1948, diventando, insieme ad atleti come Agnes Keleti e Ben Helfgott, uno dei pochi sopravvissuti ebrei della Shoah a tornare in gara dopo la guerra.

    L’arte di Miailhe supera la mera rappresentazione documentaristica per trasformare l’animazione in un mezzo di memoria attiva. Ogni fotogramma è un affresco sensoriale che mescola luce e ombra, vittoria e perdita, facendo dell’acqua l’elemento simbolico di una vita che scorre e resiste. La stessa regista, cresciuta con racconti legati alla famiglia di Nakache —suo fratello era suo istruttore di nuoto — conferisce alla pellicola una profondità autobiografica, rendendola testimonianza personale e collettiva contro l’oblio.

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