
Tra le pieghe della burocrazia del Terzo Reich emergono responsabilità finora rimaste ai margini del racconto storico. Non solo gerarchi, funzionari e apparati di polizia, ma anche gli artigiani e specialisti contribuirono al funzionamento della macchina persecutoria nazista.
A ricostruire questo capitolo è Morwenna Blewett, storica della conservazione presso l’Università of Oxford. Dallo studio di archivi e corrispondenze ufficiali emerge che il regime incaricò rilegatori e restauratori di recuperare antichi registri ecclesiastici e civili, spesso danneggiati dal tempo e difficili da consultare.
Non si trattava di un’operazione culturale, l’obiettivo era l’accesso ai dati. Infatti, nei libri parrocchiali e negli archivi comunali erano annotati battesimi, nascite, matrimoni e conversioni: dati preziosi per ricostruire le origini familiari e stabilire l’appartenenza “razziale” secondo i criteri imposti dal nazismo.
Rendere quei documenti leggibili significava poterli utilizzare per individuare persone con ascendenze ebraiche, “creando un registro cumulativo di chi avrebbe potuto potenzialmente essere ucciso, una sorta di lista nera”, spiega Blewett.
Dal lavoro di restauro scaturì così un sistema di identificazione capillare: nomi, parentele e discendenze vennero estratti e organizzati in elenchi che alimentarono le politiche di discriminazione e persecuzione. In molti casi, sottolinea Blewett, “furono impiegate tecniche invasive, perché la priorità era la consultazione immediata dei testi, non la loro conservazione”.
Le conclusioni della ricerca sono raccolte nel volume “Art Restoration Under the Nazi Regime”, in cui Blewett ricostruisce come anche professioni apparentemente neutrali abbiano collaborato e siano state coinvolte, direttamente o indirettamente, nella macchina distruttiva del Terzo Reich.













