
Negli ultimi giorni la tensione imminente tra Iran, Israele e Stati Uniti sembra leggermente calata a causa dei negoziati tra USA e Iran programmati per giovedì, ma dietro questa apparente pausa diplomatica, la sensazione – condivisa da diversi analisti della sicurezza – è che lo scontro diretto sia diventato quasi inevitabile. Non “se”, ma “quando”.
Secondo fonti di sicurezza israeliane, l’Iran sarebbe ormai vicino alla soglia del 90% di arricchimento dell’uranio. È una linea rossa per Washington e per Gerusalemme. Se Teheran superasse apertamente quel limite, difficilmente il presidente Donald Trump potrebbe restare fermo.
Trump sta ancora lasciando spazio ai negoziati, ma parallelamente ha rafforzato in modo significativo la presenza militare americana nella regione: portaerei nel Golfo Persico e nel Mediterraneo, caccia in basi mediorientali, aerei da rifornimento e intelligence. Non è solo deterrenza simbolica: è una preparazione operativa concreta.
Il messaggio è chiaro: l’opzione militare non è esclusa.
A differenza di giugno, quando Israele ha agito praticamente da solo contro obiettivi iraniani, oggi la situazione sarebbe diversa. Se gli Stati Uniti entrassero direttamente in azione, la potenza di fuoco complessiva sarebbe molto più ampia.
Questo cambierebbe l’equazione per Israele:
• Gli USA potrebbero colpire infrastrutture strategiche iraniane.
• Israele potrebbe concentrarsi quasi esclusivamente sui lanciatori di missili balistici diretti verso il suo territorio.
• Le ondate di attacchi sarebbero più frequenti e coordinate grazie alla condivisione d’intelligence.
In teoria, questo potrebbe ridurre in modo significativo – e relativamente rapido – il volume di missili lanciati contro il centro di Israele. L’establishment della difesa israeliana ritiene che il fronte interno subirebbe danni, ma probabilmente meno rispetto agli attacchi precedenti.
Attenzione però: i primi giorni sarebbero comunque molto duri.
Il punto più delicato non è solo Teheran, ma Hezbollah.
Se Washington colpisse l’Iran, è altamente probabile che Hezbollah entri nel conflitto. L’organizzazione dispone di decine di migliaia di razzi e droni, molti dei quali a lunga gittata. Per il Libano sarebbe un rischio enorme, ma Hezbollah dipende strategicamente dall’Iran: se il regime iraniano fosse in seria difficoltà, potrebbe sentirsi obbligato a intervenire.
Questo trasformerebbe rapidamente lo scontro in una guerra multi-frontale.
A sud, anche gli Houthi nello Yemen potrebbero unirsi con lanci di droni e missili. Nel frattempo, la Guida Suprema Ali Khamenei sembra adottare una doppia strategia:
1. Mostrare una certa “flessibilità” nei negoziati.
2. Rafforzare la continuità del regime, anche con manovre politiche interne che proteggano la leadership da un eventuale tentativo di decapitazione.
Secondo vari analisti, Teheran starebbe usando i colloqui come tattica dilatoria, mentre continua a progredire sul piano nucleare.
All’interno dell’amministrazione americana non tutti sono entusiasti di un’operazione militare estesa. Un conflitto con l’Iran comporterebbe rischi concreti per le forze USA nella regione e potrebbe degenerare rapidamente.
Tuttavia, Trump ha ribadito pubblicamente che, se sarà necessario agire, l’America può “vincere facilmente”. La differenza tra retorica politica e realtà operativa resta il grande punto interrogativo.
Osservando i movimenti militari, le dichiarazioni pubbliche e l’avvicinamento dell’Iran alla soglia nucleare critica, si può dedurre che la guerra non sia più uno scenario remoto. È solo una questione di tempo.
Forse non domani. Forse non questa settimana.
Ma il livello di preparazione militare, il posizionamento delle forze e la logica strategica indicano che stiamo entrando in una fase decisiva. Se i negoziati falliranno, l’opzione militare verrà attivata.
E a quel punto, il Medio Oriente potrebbe trovarsi davanti alla più ampia escalation degli ultimi decenni.













