
A 96 anni ha coronato il suo sogno. La sopravvissuta alla Shoah, Charlotte Roth, ha fatto l’Aliyah: un traguardo simbolico che aggiunge un nuovo capitolo a una storia caratterizzata da resilienza, fede e amore per la sua famiglia e il popolo ebraico: “È un momento davvero meraviglioso della mia vita potermi definire israeliana, cittadina del nostro Stato ebraico – ha detto Charlotte Roth, come riporta il sito Israel National News – Camminare per queste strade con cinque generazioni della mia famiglia, mi riempie il cuore di profonda gioia e forza, soprattutto quando vedo i soldati israeliani e provo sicurezza e orgoglio dove un tempo regnava la paura”.

Foto credit Nefesh B’Nefesh
Nata in Cecoslovacchia in una famiglia numerosa, Roth ricorda un’infanzia gioiosa, interrotta bruscamente nel 1944. A soli 14 anni, fu deportata insieme alla famiglia al campo di sterminio di Auschwitz. Al suo arrivo, Roth fu separata dalla madre e dai fratelli durante la selezione: quella fu l’ultima volta che li vide. La sua abilità nel cucito si rivelò decisiva per restare in vita: fu destinata ai lavori forzati e riuscì a sopravvivere ad Auschwitz, alla marcia della morte e alla prigionia in un altro campo fino alla liberazione. Finita la guerra, tornò al villaggio natale, dove scoprì che nessuno dei familiari più stretti era sopravvissuto. Ancora più devastante fu apprendere che il padre, solo pochi giorni prima del suo arrivo, si era tolto la vita dopo aver saputo dello sterminio della famiglia.
Della giovinezza le è rimasto solo un anello, che porta ancora oggi, inciso con le iniziali “IS”, Ilanka Shvartz, il suo nome di nascita. Negli anni successivi, Roth ricostruì la sua vita dal nulla. In un campo profughi, da adolescente, conobbe il futuro marito. Si sposarono ed emigrarono a Cleveland, in Ohio, dove crebbero quattro figli. Decenni dopo, la scelta di trasferirsi in Israele per stare accanto a cinque generazioni di discendenti.
Roth ha completato il suo processo di immigrazione con l’aiuto di Nefesh B’Nefesh, della Population and Immigration Authority e di diverse organizzazioni ebraiche. Il rabbino Yehoshua Fass, co-fondatore di Nefesh B’Nefesh, ha definito la storia di Roth “una testimonianza della straordinaria resilienza dello spirito ebraico”.
Oggi Roth conta nove nipoti, ventisei pronipoti e undici figli di pronipoti: cinque generazioni, simbolo di sopravvivenza, continuità e futuro.
Credit: (photo credit: REBECCA ZWIREN)













