
La stessa tecnologia che ha rivoluzionato il trattamento di numerose neoplasie ematologiche potrebbe aprire una strada innovativa anche nella lotta contro l’Alzheimer.
Un nuovo studio, condotto dagli scienziati del Weizmann Institute of Science e della Washington University di St. Louis, pubblicato sulla rivista ‘Proceedings of the National Academy of Sciences’, segna, infatti, il primo approccio della terapia CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T) – le cellule T con recettore chimerico dell’antigene – applicato a una malattia neurodegenerativa.
La terapia CAR-T, sperimentata oltre trent’anni fa al Weizmann dal professor Zelig Eshhar, scomparso a luglio dello scorso anno, ha già trasformato la cura di alcune forme di tumore del sangue. Oggi potrebbe rappresentare una nuova speranza anche per le malattie neurodegenerative. In Israele si stima che circa 150 mila persone siano affette da Alzheimer e da altre malattie celebrali.
Le cause dell’Alzheimer non sono chiare, ma una delle caratteristiche principali della malattia è l’accumulo di placche di proteina beta-amiloide nel cervello, accompagnato da segni di infiammazione nel tessuto cerebrale. Questi accumuli di placche nei neuroni uccidono le cellule cerebrali, portando alla degenerazione delle funzioni cognitive e alla perdita di memoria.
Il professor Zelig Eshhar, pioniere della terapia CAR-T
Il team di ricerca sull’Alzheimer ha iniziato a isolare le cellule T, note anche come linfociti T, dal sistema immunitario di topi sani. Queste cellule sono un particolare tipo di globuli bianchi che svolgono un ruolo fondamentale nell’aiutare il sistema immunitario a combattere infezioni e malattie: tuttavia non sono sufficienti a combattere le cellule tumorali. Il prof Eshhar è stato il primo a estrarre i linfociti T e a modificarli geneticamente, per far sì che potessero riconoscere e attaccare in modo mirato solo le cellule tumorali.
L’ approccio delle cellule Cart-T sull’Alzheimer: i test sui topi
Guidato dal professor Ido Amit del Dipartimento di Immunologia Sistemica del Weizmann e dal professor Jonathan Kipnis, ex ricercatore del Weizmann ora alla Washington University, il team ha adattato questa tecnologia sull’Alzheimer. Gli scienziati hanno ingegnerizzato le cellule T affinché riconoscessero le proteine amiloidi nel cervello e le hanno reinfuse nei topi, che presentavano già placche di beta-amiloide. Ne è conseguita una significativa riduzione dei depositi di amiloide e a una diminuzione dei marcatori di infiammazione del tessuto cerebrale.

Utilizzando la genetica, i big data, l’apprendimento automatico e quella che il professor Amit ha definito “biologia sintetica e immunologia sintetica”, gli scienziati hanno progettato le cellule T modificate in modo che migrassero verso le aree patologiche del cervello e “interrompessero il circolo vizioso del danno neurodegenerativo”.
Un approccio che, secondo il professor Kipnis, “rappresenta un passo entusiasmante verso la scoperta di nuove terapie per l’Alzheimer e altre malattie neurodegenerative, tra cui la sclerosi laterale amiotrofica [SLA] e il morbo di Parkinson”.
Il professor Amit ha affermato, inoltre, che l’eredità scientifica lasciata dal prof. Eshhar al Weizmann consiste nell’ “aver incoraggiato i ricercatori a intraprendere strade mai esplorate prima”. In futuro, la ricerca includerà l’utilizzo delle cellule CAR-T ingegnerizzate anche per migliorare il recupero da gravi danni cerebrali e stimolare la rigenerazione del tessuto cerebrale.
Nel 2025, le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano oltre 55 milioni di persone affette da demenza nel mondo, con l’Alzheimer come causa principale nel 60-70% dei casi. Si stima una crescita del numero a 78 milioni nel 2030 e a 139 milioni nel 2050.
Foto: Weizmann Institute of Science – X













